"Tubicino di plastica nell'addome": medici a processo dopo la morte di un 67enne

La denuncia dei medici dell’ospedale Sant’Orsola dopo la scoperta di un “tubicino di lungo sette centimetri”. Oggi la conclusione del primo grado di giudizio

Il processo a conclusione delle indagini partite dalla denuncia dei medici dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna dopo la scoperta di un “tubicino di plastica lungo sette centimetri” nell'addome di un pensionato, che il 4 novembre del 2011 morì a 67 anni.

Ora il giudice ha pronunciato l'assoluzione perché “il fatto non sussiste” dall’accusa di omicidio colposo in relazione al decesso del 67enne che aveva perso 50 chili in seguito a due interventi chirurgici: la sentenza è stata pronunciata dal Tribunale di Brindisi a conclusione del processo in cui erano imputati cinque medici dell’ospedale Camberlingo di Francavilla Fontana, dopo la scoperta di un tubicino di drenaggio rimasto nell’addome del paziente. Lo scrive Stefania De Cristofato su BrindisiReport.

L’assoluzione è stata pronunciata con formula dubitativa. Per le motivazioni è necessario aspettare novanta giorni.

I medici

I medici erano accusati di omicidio colposo. Nella ricostruzione della Procura di Brindisi “per due volte il pensionato venne sottoposto a interventi inutili, essendo stata sbagliata la diagnosi, e mal eseguiti”. Gli imputati, chirurghi ed anestesisti, erano tutti in servizio presso l’ospedale Camberlingo di Francavilla Fontana. Per due dei chirurghi sono state valutate le condotte in relazione agli “interventi del 4 e del 19 aprile 2011”, mentre per gli altri l’accusa è stata mossa in relazione al “secondo intervento”.

Per il rappresentante della pubblica accusa, tenuto conto degli accertamenti disposti, c’erano elementi tali per affermare la “colpa medico professionale consistita in negligenza, imprudenza e imperizia”. In tal modo, era scritto nel capo d’imputazione, “cagionavano la morte”, del pensionato di Francavilla. L’uomo era “debilitato poiché in stato di malnutrizione dovuto a sindrome ischemica intestinale”.

Il decesso si sarebbe verificato per “arresto cardio-respiratorio terminale da insufficienza multi-organo in polineuropatia post-infettiva con iniziali piaghe da decubito”. La condotta di natura colposa per uno dei medici di chirurgia è stata contestata per aver effettuato “una errata diagnosi attribuendo il calo ponderale di quasi 50 chili da gennaio sino ad aprile 2011 e il quadro clinico di sub-occlusione intestinale  nonché l’inappetenza e le algie addominali lamentate dal paziente, alla calcolosi biliare”. E non invece alla “grave situazione di malnutrizione  da sindrome ischemica intestinale. Il medico avrebbe deciso di sottoporre il pensionato a un “intervento laparotomico esplorativo  e di colecistectomia”  il 4 aprile 2011, ritenuto dalla Procura “del tutto inutile”.

Le diagnosi contestate

Sempre stando alla ricostruzione del pm, i due chirurghi avrebbero deciso di “dimettere il paziente precocemente il successivo 18 aprile “pur in presenza di esami di laboratorio notevolmente alterati nonché di debolezza muscolare e aritmia cardiaca senza approfondire ulteriormente il quadro clinico, alla ricerca delle cause dell’occlusione intestinale che non era stata rimossa”. Tutto questo determinava “l’insorgere, nell’arco di una giornata, di una situazione di addome acuto-shock– dolicomegacolon – e di un grave quadro di occlusione che ne comportava un nuovo ricovero il 19 aprile d’urgenza, con accesso al Pronto soccorso”. Lo stesso chirurgo autore della precedente operazione avrebbe effettuato “una ulteriore diagnosi errata con nuovo intervento chirurgico” anche questo per la Procura considerato “inutile” di “trasversostomia” nonostante “non si avesse la certezza di un colon tossico e di una patologia addominale ed essendo il paziente già notevolmente debilitato” dalla precedente operazione chirurgica”. In tal modo sarebbe stato “cagionato – si legge – un ulteriore insulto  chirurgico”.

Il tubicino rimasto nell'addome

Per il pm, l’intervento non sarebbe stato “realizzato a regola d’arte” da nessuno dei cinque medici” perché “non veniva rimosso, una volta concluso l’intervento, un corpo tubolare dall’addome del paziente”. Quel corpo “verosimilmente” era un “frammento di un drenaggio estratto in maniera incompleta della lunghezza di 7-10 centimetri attorno al quale si formavano tenaci aderenze e che determinava l’insorgere della peritonite plastica fibroadesiva interessante tutto l’intestino tenue e gran parte del colon a valle della trasversostomia fino al sigma”.

Quel tubicino venne scoperto solo il 7 ottobre 2011 dai medici del Sant’Orsola di Bologna che sottoposero il pensionato a colectomia nel tentativo di migliorare il quadro clinico compromesso. I medici dell’ospedale pugliese non avrebbero, quindi, pianificato e attuato un “idoneo trattamento terapeutico” e ne determinavano la morte il 4 novembre 2011 conseguente a un aggravamento delle condizioni di salute irreversibile.

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