Covid-19 e riaperture, i librai di via Cartoleria: "Noi oggi non apriamo, il perchè lo abbiamo scritto a Conte"

Giorgio e Antonio della Confarternita dell'Uva: "Dovremmo accollarci tutte le spese per le sanificazioni e i dispositivi di sicurezza, oltre a non poter più usufruire di uno sconto sull'affitto"

Oggi, martedì 14 aprile, librerie, cartolerie e negozi di abbigliamento per i bambini riaprono le serrande in tutta Italia tranne in Lombardia Campania e Piemonte, le regioni che si sono opposte alla misura di integrazione del lockdown annunciata da Presidente del Consiglio Giuseppe Conte come "piccola variazione". Sarebbe meglio dire però 'possono riaprire le loro serrande' perchè evidentemente qualcuno non lo farà nonostante la concessione. 

Giorgio Santangelo e Antonio Ciavarella per esempio, i soci fondatori della libreria caffè La Confraternita dell'Uva di via Cartoleria, non lo faranno: "Nelle passate settimane ci siamo bene organizzati con la consegna a domicilio in città e le spedizioni in tutta Italia (tra le tante, abbiamo anche case editrici indipendenti non distribuite da Amazon e grande distribuzione) e l'esperimento, che a dire il vero era partito ancora prima dell'emerganza da Coronavirus, è andato molto bene. Ora, viste tutte le incognite del lasciapassare per andare in libreria e la grande responsabilità dell'accogliere degli utenti che si sposterebbero per per venire da noi (che dovremmo dotarci di dispenser di igienizzanti e sanificazioni continue) usando mezzi e forse precauzioni sufficienti, noi non ce la sentiamo. Il guadagno sarebbe comunque minimo". 

Su cosa nutrite dei forti dubbi in particolare? "Ipotizziamo che la Polizia fermi qualcuno che è uscito per andare a comprare un libro. Per la spesa si ha obbligo di recarsi in prossimità della propria abitazione, ma per un libro come ci si regola? Se sono clienti di una libreria lontana da casa? Queste persone sono autorizzate a muoversi, a prendere dei mezzi...insomma pensiamo che ci si esponga a dei rischi che possiamo benissimo evitare". 

Punto di vista economico: non vi conviene riaprire? "Per quanto ci riguarda nello specifico non credo che ci sarebbe un grande afflusso di clienti, anche perchè con le vicine facoltà universitarie chiuse, non c'è passaggio. E poi dovremmo accollarci tutte le spese per le sanificazioni e i dispositivi di sicurezza, oltre a non poter più usufruire di uno sconto sull'affitto concessoci dal proprietario delle mura nel periodo di chiusura... Lato dipendenti: non si sa ancora come funziona con i lavoratori in cassa integrazione. Insomma, non vale la candela". 

Come gestite le consegne? Come è cambiato il vostro lavoro in questo periodo? "Le consegne le facciamo noi direttamente, grazie a un permesso che ci hanno dato alle Attività Produttive del Comune di Bologna e che ci consente di lavorare. Sono gratuite e spessissimo sono dei regali fatti per compleanni, laureee e altro: il pagamento avviene online e noi lasciamo il pacco sotto casa.

Ci ritroviamo a occuparci di logistica come mai era successo, anche se allo stesso tempo continuiamo a fare i librai consigliando le tante persone che ci chiedono pareri e suggerimenti su case editrici e titoli. Una cosa particolare che per noi è una novità (e ha dei tratti commoventi!) è quella di scrivere i bigliettini di accompagnamento ai libri regalati: tanti 'mi manchi' e messaggi strappalacrime...". 

Torniamo al dibattito aperture sì/no: avete scritto una lettera al Presidente del Consiglio? Cosa c'è scritto? "Come libreria abbiamo firmato insieme a oltre 150 colleghi e realtà indipendenti e di catena un documento indirizzato al premier Giuseppe Conte in commento al nuovo decreto che prevede, da oggi 14 aprile, la riapertura delle librerie, riconosciute da più fronti come presidi sociali e luoghi essenziali per il tessuto culturale del nostro Paese. Come libraie e librai siamo contenti di questa improvvisa attenzione al nostro lavoro, ma ci sarebbe piaciuto ci fosse stata anche prima delle misure governative per il contenimento della pandemia e, soprattutto, ci piacerebbe ci fosse dopo: se siamo dei luoghi essenziali del tessuto culturale italiano, allora sarebbe il caso che questa funzione ci fosse riconosciuta sempre e in modo strutturale, attraverso una serie di misure economiche a sostegno delle nostre attività nel quotidiano. Mentre sono ancora in vigore misure che costringono le persone dentro casa e sospendono la mobilità, viene chiesto a noi librai e, di conseguenza ai nostri lettori, di tornare a muoverci per raggiungere le librerie".

Ecco poi il testo della lettera in versio ne integrale: 

"Ci siamo adoperati tutti quanti, come cittadini prima di tutto, a rispettare le regole, a proteggere gli altri e noi stessi, ci siamo fermati e abbiamo pensato, cercando modi alternativi di continuare a fare rete, cultura e dove possibile servizio.
Ci siamo re-inventati sui canali digitali, abbiamo raccontato libri a distanza, abbiamo studiato le formule giuste per permettere ai libri di arrivare alle porte delle persone senza mettere in pericolo nessuno, abbiamo messo in atto modalità, come quella delle consegne e spedizioni a domicilio, in assenza di un contesto normativo chiaro e unitario, per non perdere il contatto con i lettori.
Se alla decisione di riaprire possono aver contribuito lettere e appelli che fanno forza sul valore e sul conforto culturale del libro, la prima domanda da porsi è: a quali condizioni? E perché tra le firme di questi appelli mancano proprio quelle dei librai?
In merito alla proposta di riaprire le librerie, molte e molti di noi nutrono una serie di dubbi e perplessità che ci piacerebbe fossero sciolti:

1. Sono state previste delle indicazioni precise per la sicurezza del nostro lavoro, come l’adozione di specifici dispositivi? E nel caso: quali? Il lavoro del libraio, infatti, prevede un tempo lungo della comunicazione verbale faccia a faccia, una pratica che, se non precisamente regolata, comporta in questo momento degli evidenti rischi di sicurezza sanitaria. Inoltre è buona abitudine di chi frequenta le librerie prendere, toccare, manipolare una gran quantità dei libri presenti sui nostri scaffali. È stata pensata una procedura per la sanificazione di libri e ambienti? Senza contare l’inevitabile ripresa dell’attività di tutti i lavoratori (corrieri, logistica, promotori ecc.) coinvolti nel funzionamento della filiera e la cui salute va tutelata al pari di quella di chiunque altro.

2. È stato considerato cosa significhi, dal punto di vista della sicurezza sanitaria, fare muovere tutti i librai e le libraie d’Italia verso i loro luoghi di lavoro, e tutti i nostri lettori in direzione delle librerie, in tempi in cui viene chiesto a tutti i cittadini italiani di restare a casa il più possibile? Andare in libreria implica che i lettori escano di casa, scendano in strada, salgano in macchina o sui mezzi pubblici, passino del tempo tra gli scaffali a maneggiare libri e a cercare dialogo e confronto con noi librai. La scelta di un libro avviene per contatto diretto, per passaggi di mano e di idee. Come gestire tutto questo?

3. Malgrado la riapertura delle librerie restano comunque in vigore le misure restrittive che limitano la libertà di movimento e circolazione delle persone. Andare a comprare un libro sarà una giustificazione valida per uscire, esattamente come andare al supermercato?

4. È stato considerato cosa significhi in merito alla possibilità di concordare sulla base dell’art. 1623 c.c una congrua riduzione dei canoni di affitto delle nostre attività,l'intervento di una disposizione che ci dà facoltà di riaprire ma a fronte di una prevedibile e consistente riduzione delle vendite? Aiutare le librerie, in quanto riconosciuti luoghi di produzione di cultura, non prevedrebbe invece la possibilità di una norma che consenta ai proprietari dei nostri locali di godere loro di un credito di imposta equivalente alla riduzione che ci accorderebbero sulle pattuizioni contrattuali relative al canone di locazione ed alle spese relative?

5. Perché non creare un fondo nazionale o una partnership con i servizi postali, simile nella premessa alle iniziative attualmente sostenute dal contributo libero degli editori, ma su finanziamento statale, per aiutare le librerie a sostenere la gestione economica delle forme alternative di vendita attualmente in atto (spedizioni fuori città, spedizioni a domicilio ecc.)?

6. In questo momento sono attive delle misure di welfare (possibilità di cassa integrazione straordinaria, accessi a contributi pubblici, agevolazioni fiscali) pensate per contribuire alla sostenibilità economica degli esercizi commerciali. Quali certezze abbiamo che queste misure verranno mantenute anche dopo la riapertura “simbolica”?

Riaprire le librerie non può essere considerato un puro gesto simbolico, ma deve essere un'azione strutturata e gestita nella sua complessità, così come dovrebbe avvenire per tutte le altre attività necessarie alla vita sociale.
Le librerie sono dei presìdi culturali che vivono costruendo relazioni, dei luoghi che hanno un peso nella creazione di comunità culturali e sociali, spazi che creano dibattiti, lavorano alla promozione e alla diffusione della lettura e della cultura in senso ampio, organizzano eventi e occasioni di confronto. Quando una libreria viene disarticolata da questo tessuto connettivo, quando non si guarda al complesso di attività che svolge e la si riduce a mero luogo di vendita delle merci non solo si tradisce il ruolo che riveste nel territorio ma si fa finta di non vedere la differenza tra consumo e fruizione, tra cliente e cittadino.

Tanti di noi hanno continuato a lavorare senza alcuna certezza di sostegno economico, ad altri non è stato possibile portare avanti il proprio lavoro nel quotidiano, ma NON abbiamo mai smesso di fare cultura: abbiamo continuato a dialogare con la nostra comunità di lettori attivando tutti i mezzi a nostra disposizione. Ora non abbiamo intenzione di esporci al solo scopo di fingere una “ripresa culturale delle anime” che ci potrà essere davvero solo quando sarà possibile la messa in sicurezza di tutti i corpi".

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Giorgio con le consegne nel cestino

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