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Spaccio, prostituzione e riti di affiliazione violenti: maxi-operazione anti-mafia, 52 arresti

Riti di affiliazione violenti, divise e baschi rossi, riunioni periodiche e spedizioni punitive con il machete contro i sodali infedeli. Dall'alba 250 agenti stanno eseguendo ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dai Tribunali di Torino e Bologna, su richiesta delle Direzioni Distrettuali Antimafia

 

Dall'alba di oggi 250 agenti della Polizia di Stato di diverse città, insieme ai reparti di rinforzo del controllo del territorio, stanno eseguendo ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Torino e dal Tribunale di Bologna, su richiesta delle D.D.A. - Direzione Distrettuale Antimafia - nei confronti di un gruppo di cittadini nigeriani appartenenti a un'organizzazione denominata “Viking”. Oltre alle Squadre Mobili di Torino e Ferrara, l’attività ha coinvolto anche gli omologhi uffici delle Questure di Alessandria, Asti, Bologna, Biella, Brescia, Caserta, Firenze, Imperia, Lodi, Monza, Padova, Parma, Pavia, Savona, Verona, Venezia e Vicenza.

I provvedimenti riguardano 69 persone (43 provvedimenti della D.D.A. di Torino e 31 della D.D.A. di Bologna, con 5 persone colpite da entrambi i provvedimenti cautelari) delle quali 52 sono state rintracciate sul territorio nazionale.

Viking” e “Norsemen Kclub International”

Le indagini, avviate a luglio del 2018, hanno permesso individuare un'organizzazione, denominata “Viking” o “Norsemen Kclub International”, che gestiva lo spaccio di sostanze stupefacenti nelle piazze cittadine e lo sfruttamento della prostituzione, i vertici in Italia che erano in costante e diretto contatto con i leader operanti in Nigeria.

Agli affiliati colpiti dalle misure cautelari vengono contestati, oltre al reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.), i delitti di tentato omicidio e associazione finalizzata allo spaccio, sfruttamento della prostituzione, rapina, estorsione e lesioni gravissime.

Organizzazione di tipo mafioso

Una struttura gerarchica, con ruoli e cariche, quindi un organismo operante a livello nazionale (che in Italia prende il nome di “Vatican Marine Patrol”) e di numerose articolazioni locali (dette “Marine Patrol” o “Deck”), attivi in singole città del centro-nord.

Ogni realtà locale presentava al vertice un capo operativo (“Executional”), che comandava il territorio di competenza coadiuvato da un organo collegiale (“Exco”) costituito da consiglieri. La struttura prevedeva anche una serie di cariche cui erano assegnati specifici incarichi organizzativi (“Escape”, il responsabile del rispetto delle regole interne; “Dockman”, il tesoriere; “Pilot”, l’organizzatore delle riunioni) o operativi (“Arkman”, il vice capo operativo; “Strike chief”, il responsabile delle attività di spaccio). I capi operativi scaduti dal loro mandato costituivano una sorta di membri onorari e si ponevano in una posizione di primissimo piano nell’articolazione delle scelte criminali.

A livello nazionale, sono state individuate cariche operative e un Consiglio degli anziani (“Elders”). I vertici nazionali dell’organizzazione chiamata “Vatican Marine Patrol”, stanziati a Torino, esercitavano il loro potere anche nel ferrarese e prendevano ordini direttamente dal “National”, capo assoluto in Nigeria.

I contatti tra le varie articolazioni nazionali e la sede in Nigeria (denominata “Niger Catalina”) hanno indicato agli inquirenti come le varie “Marine Patrol” (“MP”) operanti in Europa fossero legate alla “casa madre”. 

Altro aspetto di rilievo è stato individuato nella capacità dell’organizzazione di autofinanziarsi, mediante il contributo dei componenti, anche per il mantenimento economico degli affiliati detenuti. 

Rituali e importanza dei colori 

Gli aspiranti affiliati venivano sottoposti ad azioni brutali per far sì che accettassero il codice di comportamento che prevedeva fedeltà assoluta. In caso di violazione delle regole dell’organizzazione, gli affiliati "infedeli" venivano sottoposti a atti violenti, tanto da sfociare anche in tentativi di omicidio. "La violenza rappresenta lo strumento di comunicazione privilegiato per affermare la forza dell’organizzazione sul territorio e creare lo stato di soggezione necessario per accrescere il proprio potere", fanno sapere le Procure.

Le indagini hanno infine consentito di evidenziare elementi distintivi caratteristici: il colore rosso, l'abbigliamento degli affiliati con baschi con simbolo di militanza da esibire durante le riunioni e una sorta di “papello” da recitare durante i riti di affiliazione.

Gli affiliati erano chiamati a riunioni settimanali all’interno di locali abitualmente frequentati dai sodali, in occasione delle quali venivano definite le linee da seguire nello svolgimento della vita associativa ed effettuati i pagamenti di quote destinate alla cassa comune o ad affrontare le spese legali degli affiliati arrestati. L’indagine ha anche scoperto l’organizzazione di una riunione annua, che vedeva il coinvolgimento di tutti i rappresentanti dei vari Paesi; quella fissata per il giugno 2020, in Turchia, non si era svolta a causa delle restrizioni dovute al Covid. 

Il ruolo delle donne 

Una delle peculiarità dell'organizzazione, soprattutto quella della cellula torinese, era rappresentata dal ruolo delle donne, le quali venivano affiliate mediante rapporti sessuali di gruppo e assumevano l’appellativo di “Queen” o “Belle”. Costrette a pagare somme di denaro in cambio di una fantomatica protezione, venivano sfruttate sessualmente. Tra loro si evidenziava la figura di “One Queen”, unica delle donne ad assumere la veste di associata, raggiunta dall’imputazione dell’art. 416 bis c.p., con l’incarico di controllare le connazionali sfruttate. A riprova delle loro condizione, alcune di esse sono state costrette a trasferirsi all’estero. 

Le indagini 

Gli investigatori hanno documentato diverse fasi della strategia dell’associazione, caratterizzate da violenze e da conflitti con altre consorterie criminali nigeriane, presenti sui territori, quindi tentativi di omicidio in danno di connazionali. Proprio dalle dichiarazioni di una vittima di una feroce aggressione, avvenuta nell’estate del 2018, aveva infatti avvio l’investigazione della Squadra Mobile di Torino, sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica: secondo quanto emerso, un “Executional”, nella veste di titolare del potere punitivo nei confronti degli affiliati, aveva utilizzato una particolare arma da taglio, una sorta di machete, denominata “Manga” o “Maga”. 

A sua volta l’indagine della Squadra Mobile ferrarese, avviata a fine luglio 2018 dopo il tentato omicidio di un giovane nigeriano appartenente a un gruppo rivale, aggredito proprio a colpi di machete da un gruppo di almeno cinque connazionali, all’interno della zona GAD - i quartieri "Giardino - Arianuova" - ha permesso di collegare gli episodi di violenza accertati e individuare due gruppi malavitosi antagonisti, tra i quali era in corso una vera e propria guerra con modalità mafiose per la spartizione e il controllo del territorio. Una volta arrestati i responsabili, nel corso dell’anno 2019 le indagini passarono alla D.D.A. di Bologna (P.M. dr. Roberto CERONI), per dimostrare l’esistenza sul territorio ferrarese della mafia nigeriana “Supreme Viking Arobaga” collegata al network internazionale.

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E' stato accertato ancora una volta la disponibilità dei sodali a eseguire le direttive impartite direttamente dalla Nigeria:vincolati da un rigoroso rispetto della segretezza, venivano affiliati con riti tribali, alla presenza dei vari vertici e capi zona, durante riunioni (“party”) che si svolgevano nella zona di Brescia e del Veneto orientale. Nel corso delle conversazioni è emerso infatti un profondo rispetto per le gerarchie e solitamente un affiliato di rango inferiore salutava o si congedava rispettosamente dal superiore con la formula “salutamos”.

Ad esempio, un dj di musica afro beat, costituiva la figura di riferimento per le provincie di Ferrara, Padova, Treviso e Venezia, controllando il territorio, dirimendo le diatribe tra affiliati di rango medio-inferiore e mantenendo i contatti con il vertice di Torino. A livello locale, era supportato da diverse figure di rango inferiore, che gestivano lo spaccio di droga sui territori loro assegnati e si occupava personalmente delle spedizioni punitive nei confronti degli affiliati che avevano dimostrato poco rispetto o non rispettato le regole. 

Le indagini hanno portato anche alla scoperta di un canale di rifornimento di cocaina, destinata prevalentemente al Veneto, proveniente dalla Francia e dall’Olanda. La droga veniva prelevata a Parigi ed Amsterdam, con l’appoggio di connazionali appartenenti a una confessione protestante evangelista, da squadre di “corrieri” che effettuavano il trasporto “in corpore” di ovuli, rientrando in Italia attraverso i valichi del Monte Bianco e del Frejus. In un’occasione è stato intercettato un carico di circa dieci chili di cocaina, con l’arresto dell’intera squadra di “spalloni” nei pressi del traforo del Frejus.

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