Venerdì, 25 Giugno 2021
Cronaca

Spesa e commissioni durante l'orario di lavoro: assenteisti del Ministero la 'scampano'

Assentisti, ma non troppo. Almeno così deve averla pensata il Gup, che ha dichiarato il non luogo a procedere per la maggior parte dei lavoratori finiti nell'indagine, in quanto il danno economico non sarebbe rilevante

Assenteisti, ma non troppo. Questa di fatto la conclusione dell'inchiesta su 29 dipendenti di una sede del ministero dello Sviluppo Economico a Bologna (Dipartimento comunicazioni ispettorato Emilia-Romagna di via Nazario Sauro) per cui la pm Antonella Scandellari aveva chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di truffa. Il gup Gianluca Petragnani Gelosi, però, ha dichiarato il non luogo a procedere per 20 dicendo che il danno economico non è rilevante, ovvero non supera gli 80 euro, anche se l'indagine ha fatto emergere "comportamenti certamente tutti censurabili".

L'inchiesta scattò nel 2009 dopo la denuncia di un dipendente: partirono gli approfondimenti della Guardia di finanza, con telecamere nascoste per neanche due mesi, che accertarono gli allontanamenti dall'ufficio di molti colleghi.
In alcuni casi si usciva in orario di lavoro per fare la spesa o addirittura per andare in palestra due o tre volte a settimana. In altri casi ancora i badge venivano timbrati, in entrata o in uscita, non dal lavoratore che ne era proprietario, ma da colleghi compiacenti. E c'erano poi i buoni pasto di cui si usufruiva pur non avendo maturato le sei ore di lavoro necessario. O gli straordinari segnati, ma non effettuati. Le irregolarità registrate dalle telecamere (in funzione dal 27 ottobre al 2 dicembre) sono terminate dal 17 novembre 2009, quindi di fatto dopo 20 giorni dall'inizio delle riprese.

Dunque, per il gup sono emersi "comportamenti certamente tutti censurabili, ma non con omogeneo disvalore: un conto è un'assenza non registrata e prolungata rispetto a quella breve, un conto è l'uso di badge altrui per far figurare fraudolentemente presente il collega di lavoro assente, o viceversa per far figurare un'uscita posticipata rispetto a quella effettiva, un conto è assentarsi nel corso dell'orario di lavoro per recarsi in palestra". Ma soprattutto secondo il giudice sotto gli 80 euro non c'è un "danno economicamente apprezzabile per l'amministrazione pubblica". Da qui la decisione di non procedere (perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato) per 16 indagati, tutti quelli che appunto non hanno superato quella soglia.
Per altri quattro dipendenti, invece, il gup non decide il rinvio a giudizio (perchè il fatto non costituisce reato) poichè per loro resta il dubbio che le loro uscite dall'ufficio fossero autorizzate dai superiori.
A giudizio invece gli altri cinque, che hanno causato un danno patrimoniale superiore: tra questi la somma più alta, pari a 532 euro, è contestata ad una dipendente accusata di andare in palestra durante l'orario di lavoro.
. (agenzia Dire)

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