Stefano d'Orazio, l'addio di Andrea Mingardi: "Il Covid se l'è preso, andrà nel paradiso dei batteristi con una Ludwig"

Lungo e sentito post dell'artista bolognese dedicato al batterista scomparso, ma anche alla storica band: "Forse molti di voi non sanno che i Pooh sono una questione bolognese"

Ieri, il mondo della musica e non solo, è stato scosso dalla notizia della morte di Stefano D'Orazio, storico batterista dei Pooh. Si è spento all'età di 72 anni e sarebbe stato ucciso dal Covid-19, che si è aggiunto alle patologie pregresse. Dopo l'addio dei "fratelli" della band di sempre, anche Andrea Mingardi dedica all'artista un lungo pensiero che ripercorre la storia dei Pooh, il ruolo centrale di Bologna, il valore della musica e dell'amicizia. 

Ecco il racconto e il pensiero di Mingardi per l'amico Stefano: 

"Forse molti di voi non sanno che i Pooh sono una questione bolognese. Noi, dei Golden Rock Boys, siamo forse stati i primi a cogliere al volo il razzo del r'n'r e a riempire locali, cantine e dancing che uscivano dai tradizionali repertori delle orchestrine da ballo. Quel movimento di giovani musicisti aveva favorito la nascita e la crescita di centinaia di ragazzi che desideravano vivere con la nuova musica. Dopo il rock, era arrivata l'onda del beat inglese. Una valanga di quartetti che seguivano il verbo dei ragazzi di Liverpool.

Bologna, prima centro degli orchestrali, era diventata una colonia di chitarristi e batteristi che si divertivano a suonare i brani degli Shadows e anche di Jimi Hendrix. I primi Jaguar erano nati sulla scia di tante band inglesi ma grazie a Valerio Negrini cantavano testi in italiano. Valerio, primo batterista dei futuri Pooh, venne sostituito da Stefano all'inizio degli anni settanta. Mauro Bertoli se n'era andato un anno prima di "Piccola Katy", monumento di un epoca. La vita ha voluto che che io diventassi amico di parecchi di loro, in particolare di Dodi, Mauro, Red e Riccardo Fogli, che rimase nel gruppo fino a quando non decise di uscirne per fare il solista... con Patty Pravo.

I Pooh hanno segnato più di 50 anni della storia italiana e li abbiamo sempre percepiti come persone di famiglia, come facenti parte del nostro arredamento sentimentale. Stefano, come Facchinetti, non lo conoscevo a fondo. Abitava lontano e quando veniva da noi eravamo sempre la metà di mille, ma io l'ho sempre visto col sorriso. Aveva idee, suonava bene lo strumento e giocava titolare nella band italiana più famosa di sempre: i mitici Pooh. Non conta se i puristi del rock, del jazz, del blues, del funky, non amassero certe melodie ma alla fine le cantavano e le cantano tutti. Hanno influenzato più loro di colonie di centinaia di politici. Voi sapete quanto io ami i musicisti e, di conseguenza, Dodi Battaglia che canta bene, sì, ma fondamentalmente è un signor chitarrista. Tutti loro, se togliete gli effetti speciali, il fumo e le luci sontuose del loro stage, sono rimasti degli orchestrali, nell'accezione più nobile della parola. Si sono separati e riuniti più volte, dando però sempre la sensazione di essere infrangibili.

"Era malato e si stava curando. Il Covid se l'è preso"

Ora, questo terribile anno, ha deciso di non risparmiarcene una. Ed è proprio la somma dei fatti accaduti che riesce a gettarci nell'angoscia. Era malato ma si stava curando. il Covid se l'è preso, ricordandoci che noi siamo solo un impercettibile soffio nell'aria della sera. Però, in questi casi, se la carriera degli artisti ha lasciato qualcosa dentro di noi, li renderà immortali. E tra 50 anni, i Pooh saranno sempre i Pooh. Anzi non escludo una ennesima riunione di centenari.

Ma il caro Stefano finirà nel paradiso dei batteristi, con a disposizione una Ludwig super accessoriata e la band che desidera da accompagnare. Perché ricordatevi, non contano i soldi, gli autografi, i laser e i palchi giganteschi, le televisioni, ma contano solo ii piedi su un palco insieme ad altri musicisti.Tutti lì, a creare insieme quella magia chiamata musica. Mitici orchestrali, componenti di complessini, band, gruppi, ensamble che da sempre hanno come scopo soltanto raggiungere un'armonia. C'è una importante allegoria nel suonare insieme, un esempio per tante persone.

Lo scopo comune: bellezza, sintonia, amore per qualcosa che dia gioia al prossimo

Per riuscirci, ciascuno deve sacrificare parte del proprio egoismo. Lo scopo comune: è la bellezza, la sintonia, l'amore per qualcosa che dia gioia al prossimo. Se n'è andato un promotore di questa filosofia, grande o piccolo che fosse, è una perdita. Un coraggioso soldato di una categoria abbandonata da tutti, come se, nel caso di tanti altri, bastasse un'inquadratura televisiva per farli miliardari. Non so se vi capiterà tanto presto, ma quando andrete in un piccolo locale con dentro qualcuno che fa piano bar, non siate troppo distratti ma battete le mani quando lo riterrete giusto. Fatelo, per favore, anche a quel modesto pianista che cerca solo di darvi un po' d'amore in cambio di un applauso.

Stefano, ciao... il palco è tutto tuo".

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