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Contro la violenza sulle donne, presidio in Bolognina: "Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo"

"Sono prima di tutto le donne a pagare il prezzo dell'emergenza sanitaria in corso"

Sarebbero circa 300 in presidio in piazza dell'Unità nel pomeriggio di oggi per la Giornata contro la violenza sulle donne, organizzata da "Non una di meno". Il presidio si svolge in contemporanea in una quindicina di città italiane e altri ne seguiranno il 27 e il 28 novembre. 

"Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo", è lo slogan scelto per l'edizione 2020. "Sono prima di tutto le donne a pagare il prezzo dell'emergenza sanitaria in corso. I numeri parlano in generale di vite a rischio e di responsabilità collettiva - si legge nella nota - ma non siamo tutt* sulla stessa barca. Le conseguenze del lockdown si misurano nei dati della violenza domestica destinati ad aumentare ancora con le nuove misure di confinamento, con i centri anti-violenza femministi e le case rifugio che hanno dovuto far fronte a un'emergenza nell'emergenza per non lasciare nessuna da sola e con l'accesso all'aborto che è diventato ancora più complicato".

I manifestanti e le manifestanti hanno osservato un minuto di silenzio per le vittime della violenza, due proprio nella giornata di oggi, a Padova e nel catanzarese. 

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Il collettivo sottolinea come "la famiglia e la casa continuano ad essere luoghi di oppressione e di conflitto, i tribunali e gli ospedali luoghi di violenza istituzionale. I cimiteri dei feti ne sono l'emblema". 

Obbligate a un’impossibile conciliazione tra lavoro, famiglia, salario e salute

"In questi mesi le nostre vite sono state travolte, non ci siamo mai fermate. Lavoratrici e madri sono obbligate a un’impossibile conciliazione tra lavoro e famiglia, tra salario e salute. Ma sono soprattutto le donne e le persone lgbtqia+, migranti, precarizzate e non garantite a pagare la crisi e a perdere per prime il lavoro. Il ricorso sistematico al lavoro gratuito, precario o malpagato non è corrisposto da nessuna valida misura di sostegno al reddito e al salario, dall'inclusione nel welfare, dal supporto per la cura di bambini, malati e anziani. Oggi, Confindustria continua a difendere gli interessi padronali e si parla esclusivamente di un ristoro per chi, con le nuove misure restrittive, perderà i propri profitti". 

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E poi, denunciano, le diseguaglianze sulle quali si fonda il "sistema sociale, distrutto dalle politiche di austerity. Il corpo delle donne e gli ecosistemi condividono lo stesso destino: risorse gratuite, inesauribili e a disposizione. Questa violenza sta arrivando oggi a un punto di non ritorno, l’emergenza sanitaria ne è solo un segnale.
È necessario un cambio di rotta radicale già a partire dall'utilizzo del Recovery Fund. Pretendiamo che le risorse vadano a finanziare sanità e scuola pubblica, a garantire un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare veramente universale e non familistico che liberi le donne dal carico esclusivo del lavoro di cura. Lottiamo per un permesso di soggiorno europeo slegato dalla famiglia e dal lavoro, per le risorse ai centri anti-violenza femministi e alle case rifugio, per un nuovo piano antiviolenza che metta al centro autonomia e autodeterminazione". 

"Non vogliamo essere solo una statistica sulle nuove povertà - concludono - non siamo angeli, non siamo eroine. Se abbiamo una missione non è quella di accudire una società che ci opprime e ci sfrutta, ma di trasformarla radicalmente". 
 

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