Clienti e personale sequestrati durante la rapine: così ha colpito la banda del bancomat

Tre i colpi attribuiti al gruppo, che si spostava lungo la via Emilia poteva contare sull'appoggio logistico di padre e figlio nel parmense

Un indagine complicata, che però ha avuto un impulso decisivo con un banale squillo del telefono, durato una frazione di secondo. Questo ha permesso alla squadra mobile di Bologna, guidata da Luca Armeni, di identificare e formulare le accuse per una banda di rapinatori, sette persone arrestate questa mattina all'alba. 

Al gruppo, a vario titolo, sono contestate tre rapine in altrettanti istituti di credito: al Banco Desio di Bologna di via della Ferriera il 10 maggio 2019, alla Banca di Piacenza di Cadeo, nel piacentino, il 20 giugno e al Monte dei Paschi di Siena il 25 settembre. Rispettivamente i colpi hanno fruttato di 66mila, 90mile e 160mila Euro.

Le ordinanze sono state emesse dal Gip di Bologna su richiesta del sostituto procuratore Stafano D'Ambruoso: sei persone sono in carcere mentre un'altra è ai domiciliari, con le accuse di sequestro di persona e associazione a delinquere a scopo di rapina in concorso. Il gruppo, definito dagli investigatori "osmotico", aveva ruoli ben precisi ma talvolta interscambiabili. Tutti i componenti sono originari di Napoli due di questi, padre e figlio, vivono da tempo a Parma.

Rapine in banca e clienti ostaggi: come ha agito il gruppo

Di base il modus operandi era sempre il medesimo. Vi era un 'apriporta', un volto non noto e incensurato, che entrava dentro la banca. In una fase successiva entravano gli altri componenti, debolmente mascherati ma con i polpastrelli intinti nella colla per non lasciare impronte digitali.

Quindi una volta in numero, il gruppo sequestrava clienti e dipendenti in uno stanzino e aspettavano che la serratura a tempo del bancomat si aprisse, solitamente 30-40 minuti. Una volta messo a segno l'incasso i malviventi se ne andavano, prima verso una 'casa sicura' oppure direttamente di ritorno per il napoletano.

La banda che ha colpito a Bologna secondo gli inquirenti era composta da G.C. 34 anni, M.R., 47 anni, B.R., 67 anni e P.M., 61 anni. Alla rapina di Piacenza ha partecipato anche il padre del 47enne, M.M., classe 1946.

Nel successivo colpo al Monte dei Paschi di Padova la banda cambia radicalmente con il subentro di L.R. 36 anni nel ruolo di 'apriporta' e come partecipanti solo il 67enne e G.A., 57 anni.

In tutti gli episodi i accnoti dei testimoni e le immagini delle telecamere non hanno riportato l'uso di alcuna arma, neanche da taglio. Qualcosa però è successo prima dell'ultima rapina, quella di Padova, dove molti dei membri sono stati sostituiti, una svolta repentina che però ha facilitato la ricostruzione della rete di conoscenze della banda.

Le indagini e la scoperta del sodalizio: La lente sui telefonini

Le indagini che hanno portato alla scoperta del sodalizio sono partite da numerose testimonianze riportate da clienti e dipendenti, che riportavano come i rapinatori avessero un accento proprio delle zone vicino a Napoli. Da lì è partita l'indagine sulle celle telefoniche e il traffico attivo prima, durante e dopo il 'colpo'.

Sono spuntate ricorsivamente alcune utenze sospette, che però portavano a un rivenditore campano ma infine solo ad alcuni prestanome. E' stato un squillo telefonico, durante l'episodio di Piacenza a dare la svolta: uno dei telefoni assegnati ai prestanome è entrato in contatto con un numero 'in chiaro', attribuito a un già noto personaggio del crimine organizzato. Di lì la ricostruzione delle utenze e dei ruoli è stata più facile.

Una svolta definitiva si ha poi in corrispondenza di un'altra rapina in banca, avvenuta in novembre a Comacchio e non oggetto di questa indagine, ma dove la Squadra mobile, su indicazione dei carabinieri -che nel frattempo avevano arrestato in flagranza i tre membri del 'colpo'- trovò nel domicilio di uno di loro, proprio il 67enne che aveva partecipato alle rapine in questione. Ora tutti sono in carcere, tranne per uno dei parmigiani, il più anziano, ricoverato al Rizzoli di Bologna per una malattia, dove la polizia gli ha notificato il provvedimento degli arresti domiciliari.

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