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Team di lavoro a Montecitorio

Team di lavoro a Montecitorio

Stupri virtuali, un disegno di legge per il revenge porn: "Aiutateci a scriverlo"

Letteralmente una "vendetta pornografica" che si consuma in rete, ma il discorso è molto più ampio e include la condivisione non consensuale di materiale intimo: "Raccogliamo firme perchè c'è bisogno di una legge come in Germania e in Gran Bretagna"

In Europa ci sono già arrivate Germania e Regno Unito, nel mondo Australia, Canada e diversi stati degli USA. L'Italia potrebbe essere il terzo paese ad avere una legge che contrasta il fenomeno del "revenge porn" e un incontro a Montecitorio lo scorso 25 gennaio è probabilmente il primo passo: la battaglia contro la condivisione non consensuale di materiale intimo (foto, video, dati personali) attraverso canali social e il web la sta portando avanti un'associazione che si è impegnata a fare una petizione che ha già raccolto 100 mila firme. 

Silvia Semenzin, portavoce di "Insieme in Rete, spiega il fenomeno (che fra l'altro ha causato anche alcuni suicidi: ricordiamo Tiziana Cantone e Carolina Picchio) e l'importanza di affrontare il tema di una legge ad hoc: «Intanto spieghiamo che cos'è il revenge porn. Letteralmente si riferisce alla vendetta, di solito da parte di un ex, che divulga delle foto o dei video della fidanzata (tanti i casi di monori) girati in intimità o anche il suo numero di telefono ponendola così al centro di attenzioni sbagliate che ledono alla reputazione della vittima violando la sua privacy nel peggiore dei modi. Con questo termine però includiamo anche altri comportamenti analoghi e in generale la condivisione di materiale compromettente, magari registrato di nascosto e fatto girare in rete di nascosto anche mentre la relazione è ancora in corso».

Quali sono i canali più usati e quindi pericolosi? 

«Telegram è il favorito perchè criptato, poi ci sono whatsapp, facebook e instagram. Il primo citato è anche il più pericoloso perchè mette insieme gruppi (gli utenti spesso si nascondono dietro nickname) che arrivano anche a 24 mila persone. In queste chat di gruppo vengono pubblicate foto hard anche di minorenni, video di stupri (cancellati questi subito dagli admin) e dati personali come numeri di telefono. Vi mostro uno screenshot grazie al quale si comprende lo 'spirito' di queste conversazioni»

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Dunque non esiste nessuna legge, compresa quella della privacy e quella contro la diffamazione, regola questo tipo di condotta punendone gli attori? «Non esiste una legge che punisce lo stupro virtuale. Chiamiamolo per quello che è. C'è l'llecito dei dati personali (privacy), quella contro la diffamazione, quella sulle riprese fraudolente, ma i "buchi" legislativi sono troppi. Se il video o le foto per esempio le ha prodotte la stessa vittima, non certo con l'idea che li vedessero terzi? Ecco, fra l'utilizzo privato e non in questo caso si fa la differenza, vedi caso tragico della Cantone. Altro fattore, quello dei minorenni: se vittime e infamatori hanno entrambi meno di 18 anni non rientrano nei reati pedopornografici e non è garantita una tutela effettiva»

Ci avete pensato voi a fare una bozza di legge...«Sì. Intanto abbiamo creato una petizione insieme ad altre associazioni contando 80 mila firme nelle prima due settimane e arrivando a 100 mila oggi. Abbiamo poi incontrato Laura Boldrini per presentarle il nostro progetto (lei, già vittima di comportamenti simili in rete) e lo ha appoggiato e lo scorso 25 gennaio c'è stato un tavolo a Montecitorio surante il quale si è lavorato in gruppo per la bozza del disegno di legge».

Le vittime sono tutte di sesso femminile? «Al 90% sì. Il problema è sempre quello: se sei una donna sei una poco di buono e se sei un uomo sei un figo...Fra gli uomini capita spesso che i soggetti colpiti siano omosessuali».

Che colore ha questa vostra battaglia?  «Il bello è che è una battaglia trasversale, che è politica ma è apartitica. Metterebbe d'accordo tutti e noi ci crediamo profondamente».

Quanto sono importanti le testimonianze e le denunce? «Moltissimo. Anzi, approfitto per fare un appello anche alle bolognese e ai bolognesi: se vi è accaduto qualcosa di analogo raccontatelo. Abbiamo bisogno delle variabili per studiare al meglio la nostra legge». 

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