Coronavirus, "splash test": la resistenza delle mascherine si prova con il sangue finto

E' l'unico di questo tipo. A Bologna arrivano numerose richieste di analisi "da tutta Italia e anche dall'estero... Un'azienda inglese e due spagnole negli ultimi giorni, una richiesta dalla Polonia"

"Abbiamo assemblato nel giro di pochi giorni questo test che utilizza un sangue finto, che non è altro che una soluzione di acqua e colorante che ci è stata preparata dai colleghi di Chimica, sempre di Unibo, e viene spruzzata con un getto in pressione, quindi è collegato ad aria compressa che va sostanzialmente a impattare la superficie della mascherina passando attraverso un buco di dimensioni calibrate". A chiarire il meccanismo è Matteo Minelli, uno dei quattro docenti del laboratorio dell'Università di Bologna che testa le mascherine.

VIDEO| Al Sant'Orsola si testano le mascherine: allestito laboratorio in tempo record

Il test serve per verificare "la resistenza a potenziali schizzi di sangue" delle mascherine a uso medico, quindi ai potenziali rischi corsi dagli operatori degli ospedali durante l'emergenza coronavirus, allo scopo di verificare l'adeguatezza delle mascherine prodotte da aziende che hanno riconvertito la produzione per far fronte alla carenza di questo dispositivo e che rispettino gli standard En 14683 e Iso 10993.

Lo 'splash test'

E' l'unico di questo tipo in Italia, viene effettuato all'interno della sede del dipartimento di Ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali (Dicam) di via Terracini, dove quattro docenti e sei dottorandi provenienti da diversi gruppi di ricerca che collaborano alle attività svolgono le prove "dalla mattina alla sera 7 giorni su 7 senza sosta".

Come spiegano dal laboratorio, viene schizzato su una mascherina un po' di sangue finto, "a un volume ben preciso e a una pressione ben precisa", poi "si smonta la mascherina e si valuta visivamente se è stata bagnata internamente e se lo schizzo di sangue è arrivato all'interno della mascherina. Ovviamente questa procedura poi va ripetuta diverse volte testando un numero abbastanza alto".

Ricorda Minelli: "Il primo test che facciamo è quello di respirabilità, cioè quanto sarebbe affannosa la respirazione, diciamo così. La seconda prova che viene fatta è quella di efficienza di cattura batterica, che è eseguita nei laboratori del Sant'Orsola". Infine, "su quelle che risultano positive viene fatta la prova di carica batterica, mentre queste prove di 'splash test' sono su una classe specifica di mascherina ad alta efficienza di cattura batterica, 98%, con perdite di carico superiori a 40, tra 40 e 60". In parole povere, queste ultime "prevedono test più rigorosi perchè appunto hanno come destinazione gli ospedali".

"Molto materiale che abbiamo ricevuto, soprattutto all'inizio, era materiale improvvisato- spiega Cristiana Boi, responsabile del laboratorio-. Con improvvisato intendo che veniva da persone e aziende che non avevano mai fatto mascherine o materiale protettivo per la sanità, e avevano aziende d'abbigliamento, sartorie, e si sono riconvertite senza sapere che tipo di materiale andava utilizzato per fare una buona mascherina". 

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L'obiettivo finale insomma è di "garantire al personale sanitario, e sarebbe utile anche ai cittadini, che nel momento in cui si mettono la mascherina sono coperti dal contagio. Mettersi una mascherina che non difende il cittadino o il chirurgo o il personale sanitario è probabilmente qualche cosa di piu' pericoloso", avverte Alessandro Paglianti, altro coordinatore del laboratorio. Un lavoro necessario, dunque, che attualmente non ha eguali in Italia e in Europa. Infatti, pur essendoci "vari laboratori in varie università", pare che "da quello che ho capito, da altri servizi giornalistici o da risultati di prove fatti da altre aziende o da università, noi siamo gli unici che eseguiamo test secondo la norma che è la En14683 per la mascherina chirurgica, dalla respirabilita' appunto allo splash test- spiega Boi- altre università li fanno parziali o comunque non fanno le prove di filtrazione batterica secondo la normativa". Una unicità che ha portato a far giungere al laboratorio numerose richieste di analisi "da tutta Italia e anche dall'estero... Un'azienda inglese e due aziende spagnole negli ultimi giorni, una mail con richiesta dalla Polonia". Come per l'altra sede del laboratorio, al Padiglione 1 del Policlinico Sant'Orsola, l'allestimento è stato possibile grazie a una sinergia tra i vari dipartimenti della comunità Unibo. Una collaborazione che ha coinvolto anche ex allievi di Ingegneria meccanica e mineraria laureati nel 1981, che hanno contribuito donando "uno dei pezzi importanti del circuito" del test in questione. Una dimostrazione che "la comunità di Unibo nel suo complesso rimane attiva nei momenti di difficoltà". (dire)

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