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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
2 agosto 1980

Strage di Bologna, ecco le motivazioni della sentenza del processo Bellini

Nelle 1.714 pagine scritte dai giudici della Corte d'Assise di Bologna, le prove "granitiche" della presenza in stazione del "quinto uomo" e quelle "eclatanti" su Licio Gelli e la P2

"In conclusione, deve ritenersi che l'esecuzione materiale della strage di Bologna sia imputabile ad un commando di soggetti provenienti da varie organizzazioni eversive, tra i quali era presente Paolo Bellini, uniti dal comune obiettivo di destabilizzazione dell'Ordine democratico, coordinati dai funzionari dei servizi segreti o da altri esponenti di apparati dello Stato, che a loro volta rispondevano delle direttive dei vertici della Loggia P2, a cui avevano giurato fedeltà, con un vergognoso tradimento della Costituzione Repubblicana". È questa, secondo la Corte d’Assise di Bologna, l'articolata struttura che ha pensato, finanziato e realizzato la strage alla stazione di Bologna, come emerge dalle 1.714 pagine delle motivazioni della sentenza del processo che ha condannato Bellini all'ergastolo.

Mandanti ed esecutori materiali

Un gradino sopra, i capi della P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani, l'ex capo dell'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno Federico Umberto D'Amato e l'ex senatore del Msi e direttore de 'Il Borghese' Mario Tedeschi, tutti deceduti da anni e non più processabili, ma indicati a vario titolo dalla Procura generale come mandanti, organizzatori e finanziatori dell'attentato che fece 85 morti e oltre 200 feriti. Un gradino sotto, gli esecutori materiali, gli ex Nar Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva), Gilberto Cavallini (primo grado) e il "quinto uomo" Bellini. La prova che l’ex di Avanguardia nazionale fosse presente in stazione quel giorno è “granitica”, scrive la Corte di Assise presieduta dal presidente Francesco Maria Caruso.

Bellini, l'ex moglie e il filmato amatoriale

Era Bellini l’uomo ripreso in alcuni fotogrammi del filmato amatoriale girato da un turista straniero, si legge nelle motivazioni della sentenza. Lo ha confermato in aula anche l’ex moglie Maurizia Bonini, affermando che Bellini la mattina del 2 agosto “arrivò a Rimini non alle nove, ma molto più tardi, verso l’ora di pranzo”. Con queste parole, confessando così di aver mentito agli inquirenti negli interrogatori resi negli anni ’80, la donna “ha demolito l’alibi che all’epoca permise di scagionare Bellini”. Per la Corte non si può escludere l'ipotesi che i "giovanissimi collocatori" furono gli ex Nar e che l'ordigno fosse stato portato dallo stesso Bellini. Di certo, dicono i giudici, “gli elementi di prova” a carico di Bellini sono tali da essere “di gran lunga maggiori e più incisivi rispetto a quelli ravvisati a carico di altri soggetti che sono stati condannati per lo stesso fatto”.

Le prove “eclatanti” su Gelli e D’Amato

Ma quello che si è concluso l’anno scorso con la condanna all’ergastolo a Bellini è anche, o soprattutto, il “processo ai mandanti”, che non sono un concetto astratto, inarrivabile, spiega la Corte d’Assise, ma al contrario “un punto fermo”, perché esistono “nomi e cognomi nei confronti dei quali il quadro indiziario è talmente corposo da giustificare l'assunzione di uno scenario politico, caratterizzato dalle attività e dai ruoli svolti nella politica interna e internazionale da quelle figure, quale contesto operativo della strage". Centrale il ruolo svolto da Gelli e dall'ex capo dell'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno. I giudici ritengono “fondata l’idea” che all’attuazione della strage contribuirono “in modi non definiti, ma di cui vi è precisa ed eclatante prova nel documento Bologna”, sia l’ex venerabile che “il vertice di una sorta di servizio segreto occulto che vede in D’Amato la figura di riferimento in ambito atlantico ed europeo".

La bomba e la strategia della tensione

La bomba alla stazione, scrivono quindi i giudici, “come il momento conclusivo, sia pure sui generis ed atipico” della “strategia della tensione”. Una strage di “natura politica”, per “le modalità subdole dell'azione terroristica, la dimensione del fenomeno, la gravità delle sue conseguenze, l'univoca direzione di provocare la morte di un numero indeterminato di persone e la precisa volontà di colpire con tale gesto eclatante il cuore delle istituzioni democratiche”. Con l’ambizione da parte di tutti - mandanti, finanziatori e gruppi neofascisti – di arrivare “all’instaurazione di uno Stato autoritario” che impedisse "l’accesso alla politica delle masse”. 

Strage stazione, "prove eclatanti che Gelli contribuì"

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