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Nella Foto: Paolo Bolognesi

Nella Foto: Paolo Bolognesi

Strage di Bologna, lente giudici su numeri telefono: 'Erano quelli dei Servizi'

In udienza focus su due numeri annotati in una agenda dell'imputato. L'ipotesi è che facciano parte di una struttura parallela del Sismi

Si parlerà dei due numeri di telefono contenuti in una delle agende di Gilberto Cavallini, e che secondo i legali di parte civile fanno riferimento all'ufficio Nato della Sip di via Mantegna a Milano, nella prossima udienza del processo a carico dell'ex Nar per concorso nella strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Il presidente della Corte d'Assise bolognese, Michele Leoni, ha infatti accolto la richiesta degli avvocati delle vittime di sentire, nella prossima udienza in programma alle 9:30 del 13 marzo, "il funzionario della Telecom di via Mantegna a Milano che ha fatto la ricerca sui numeri di telefono- spiega uno dei legali, Andrea Speranzoni- e i due finanzieri che hanno fatto gli ordini di esibizione in via Mantegna su delega della Procura generale di Bologna", che sta indagando sui mandanti della strage. In sostanza, l'obiettivo delle parti civili è provare che Cavallini, contrariamente a quanto ha sempre sostenuto, era in rapporto con i servizi segreti.

A margine dell'udienza, infatti, Speranzoni ricorda che l'imputato, nella scorsa udienza, "ha detto che quelli erano numeri criptati, poi che erano numeri boliviani, e poi ancora che erano numeri di alberghi francesi con 2.000 stanze. Gli atti depositati oggi, e la Corte ha accettato di approfondire questi temi che hanno una base documentale, ci dicono invece- prosegue- che quelli erano numeri di una centrale Sip di via Mantegna a Milano, e da altri atti gia' acquisiti dalla Corte sappiamo che in via Mantegna operava il capo dell'Anello (una sorta di servizio segreto parallelo attivo in quegli anni, ndr), Adalberto Titta, che andava lì a telefonare, e che in quel contesto c'erano numeri riservati di appoggio a quelle strutture che fiancheggiavano il Sismi, autore dei depistaggi sul 2 agosto a favore dei Nar". Tutte prove, secondo il legale, dei legami tra Cavallini e i servizi".

Cavallini e Leoni battibeccano, però, anche su altre questioni, ad esempio sulle diverse versioni fornite, negli anni, dai Nar su quello che fecero il giorno della strage. "Noto molta nonchalance da parte vostra", rileva il giudice, ma sul punto l'imputato ripete quanto già detto nelle scorse udienze, vale a dire che "non abbiamo fissato bene i nostri ricordi di quella giornata perché ci ritenevamo al di sopra di ogni sospetto: se invece avessimo avuto la coscienza sporca avremmo concordato una versione unica".

Anche il fatto che Cavallini, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini dichiarino di essere andati al mercato di Padova il 2 agosto non convince Leoni, perché "mi pare imprudente che dei latitanti vadano in un luogo pubblico, oltretutto vicino a una caserma dei Carabinieri e proprio all'indomani di un fatto di sangue molto efferato (l'1 agosto, a Padova, era stata uccisa una guardia giurata, ndr), quindi in un momento in cui c'era molta vigilanza in città". Da parte sua, l'ex Nar si limita a dire che "noi siamo sempre stati imprudenti, e i latitanti sono anche sfacciati. Comunque per noi non era pericoloso andare in posti molto frequentati: io, per esempio, da latitante sono andato anche allo stadio".

Infine, Leoni contesta a Cavallini la scelta di non voler fare il nome del 'Sub', la persona a cui il 2 agosto avrebbe portato, a Padova, delle armi da filettare, ricordandogli che "lei ha bisogno di essere creduto, e lo dico nel suo interesse". Inoltre, incalza il giudice, "lei ha dato solidarietà ai parenti delle vittime, dicendo di voler portare elementi di verità, ma non vuole fare il nome di questa persona. Dunque per lei è più importante salvaguardare questo 'Sub' o aiutare i familiari nella loro ricerca della verità?".

Cavallini, però, è irremovibile, e ribadisce di non voler chiamare in causa il 'Sub' di Padova (oggi, infatti, l'imputato ha spiegato di conoscere un'altra persona con quel soprannome a Milano, vale a dire l'ex Nar Pasquale Guaglianone) "per salvaguardare me stesso". E quando il presidente della Corte, evidentemente poco convinto da questa risposta, gli dice senza mezzi termini che "non vedo come possa salvaguardare se stesso non facendo quel nome", l'ex Nar si limita a dire, come già fatto in precedenze, che "non posso affidare la mia credibilità a una persona che, sempre se è ancora viva, potrebbe irritarsi al punto di contraddirmi o finire in questo tritacarne". (Ama/ Dire)

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