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2 agosto 1980

Strage stazione, Lepore al governo: "Eredi di quel periodo intervengano, silenzio vuol dire connivenza"

Il sindaco e il ruolo del MSI nella sentenza del processo Bellini: "Serve una presa di posizione politica e istituzionale"

Con la lettura della sentenza del processo che ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini per la strage alla stazione, gli “eredi” del MSI dicano qualcosa sulla ricostruzione fatta dai giudici. Il sindaco Matteo Lepore chiama direttamente in causa il governo e la premier Giorgia Meloni, il suo partito Fratelli d’Italia e chi, provenendo da quelle file, oggi ricopre ruoli istituzionali, come il presidente del Senato Ignazio La Russa. Non li cita per nome, ma il senso del suo messaggio sta tutto nella parola “eredi”. Le pagine scritte dalla Corte d'Assise, spiega Lepore, dimostrano "la volontà di colpire Bologna e di portare avanti una strategia della tensione nel Paese da parte di apparati dello Stato, della massoneria, di componenti politiche della destra anche istituzionale: l'Msi e alcuni parlamentari dell'Msi hanno fiancheggiato, lo dice la sentenza a chiare lettere, le persone coinvolte in quel percorso. Dunque occorre fare chiarezza e credo che una presa di posizione politica e istituzionale sia molto importante". 

La sentenza Bellini e i mandanti 

Il MSI compare più volte nelle 1.714 pagine che motivano la sentenza del processo che ha condannato all’ergastolo l’ex di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini in ipotesi commessa in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti. Proprio Tedeschi fu il direttore della rivista “Il Borghese” ma anche senatore del MSI dal ’72 al ’79. Per il sindaco chi fu appunto erede di quel partito, dal quale nacque Alleanza nazionale e poi Fratelli d’Italia, che tutt’oggi mantiene il simbolo della fiamma tricolore, storicamente utilizzata dal MSI, deve oggi dire qualcosa sullo scenario ricostruito dai giudici riguardo alla strage alla stazione.

La conferenza stampa a Palazzo d'Accursio

Il sindaco: "Il 2 agosto non è una questione personale ma politica"

Da questa richiesta di intervento su quei fatti, Lepore mantiene fuori il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che “ha già preso posizione venendo per i 40 anni dalla strage”, riferendosi però “a tutti gli altri rappresentanti delle istituzioni, in particolare quelli in carica” perché “abbiamo bisogno che nel 2023 la Repubblica si assuma responsabilità”, in quanto “il 2 agosto non può essere una questione personale, ma è politica e così va affrontata”. Decidere di non dire nulla di fronte a questa sentenza per Lepore assumerebbe un preciso significato politico. “Il silenzio – dice – verrebbe preso non solo come sottovalutazione, ma come connivenza. Ci sono gli eredi di quello che è successo”. Un intervento in tal senso è auspicato anche dall’associazione dei familiari delle vittime e dai loro legali, che oggi si sono ritrovati nella nuova sede a Palazzo d’Accursio assieme a Lepore, l’assessore regionale alla Cultura Mauro Felicori e Federica Mazzoni, segretaria provinciale del Pd ma questa mattina presente nel ruolo di delegata dal sindaco a rappresentare l’Amministrazione comunale alle udienze. "Ancora oggi bisogna prestare la massima attenzione ed evitare ci possano essere tentativi di riscrittura della storia", ha sottolineato Mazzoni, perché quando "ancora oggi la destra vuole riaprire delle piste che ormai sono state decretate, proprio da queste sentenze, come prive di fondamento dobbiamo tutti allertarci perché c'è un tentativo di revisione e questo noi non lo permetteremo".

Fratelli d'Italia: "Lepore si scusi o si dimetta"

"Quelle di Lepore sono parole vergognose. Sta per caso insinuando che io e i miei colleghi di partito siamo eredi politici e conniventi con gli autori della strage di Bologna? Se sostiene questo, allora si prepari a ricevere una pioggia di denunce", attacca il capogruppo di FdI Stefano Cavedagna. "Chieda immediatamente scusa per le sue riprovevoli parole o si dimetta da sindaco. Da questo momento in avanti, infatti, sarà impossibile ogni forma di collaborazione costruttiva perché per noi è impossibile lavorare con qualcuno che si permette di fare affermazioni così gravi", conclude Cavedagna.

I familiari delle vittime si preparano al processo di appello a Cavallini

 "Fra 20 giorni inizia il processo d'appello a carico del Nar Gilberto Cavallini. Sappiamo che le forze in campo esistono. C'è il rischio dell'isolamento, dobbiamo evitarlo come abbiamo fatto fino ad ora. Spero che questa sentenza venga letta da tutti i leader politici e della politica nazionale", è l’allarme, e al contempo l’auspicio, lanciato da Andrea Speranzoni, uno degli avvocati dell'associazione dei familiari delle vittime.

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