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Venerdì, 2 Dicembre 2022
Cronaca

Da Bologna all’estero: l’ordinaria storia dei giovani che lasciano l’Italia

I giovani italiani che scelgono l’estero sono sempre di più. Tra loro, anche bolognesi doc o di adozione

Si parla da anni della fuga degli italiani all’estero e questo tipo di narrazione spesso implica che, a lasciare l’Italia, siano per lo più giovani in cerca di un futuro migliore. La cosiddetta “fuga dei cervelli” è infatti diventata un’espressione di uso comune. Si tratta di una tendenza minoritaria: la maggior parte degli italiani, giovani o no, risiede oggi in Italia. È però altrettanto vero che si tratta di una tendenza con uno specifico fondamento. I dati ISTAT del 2019, e cioè prima della pandemia da Covid-19, raccontano che il numero di italiani che lasciano il Paese è in costante aumento. Tra il 2018 e il 2019 il saldo è infatti del + 14,4%. 

Bolognesi di adozione (e non) che hanno scelto l’estero

Tra i giovani che lasciano l’Italia per un paese estero ce ne sono molti che hanno vissuto o hanno studiato nel territorio bolognese. Si tratta in alcuni casi di giovani under25, come ad esempio Roberta. Roberta ha 22 anni, è nata e cresciuta ad Imola e da poco ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Spagna, a Madrid, insieme al suo fidanzato. Lei fa parte di quella generazione che ha vissuto la maturità nel pieno periodo della pandemia: “Dopo il diploma ho iniziato a lavorare, ma non me lo sono goduta per niente. Ho fatto la cameriera e la barista. Il contratto da barista che avevo era da tirocinante. È durato quattro mesi, poi i bar verso novembre hanno cominciato a chiudere la sera e mi hanno lasciata a casa da un giorno all’altro. Il contratto era al limite sfruttamento: facevo quaranta ore settimanali per 450€ al mese e non mi versavano neanche i contributi. Sono rimasta a casa due mesi, poi ho iniziato a lavorare in una pizzeria che però mi faceva lavorare in nero. I primi tempi sono andati molto male. Mi davano 20€ al giorno e in nero, poi hanno smesso di pagarmi. Ho resistito per qualche giorno, la vedevo comunque come un’occasione per fare un po’ di esperienza. Poi ho smesso di andare perché era troppo rischioso per me: la sera dovevo correre a casa sperando di non incontrare la polizia perché c’era il coprifuoco ma non potevo dir loro che stavo lavorando. Il mio ragazzo ha una storia simile: ha lavorato per quattro anni come chef ma il contratto gli è scaduto il giorno prima che iniziasse il lockdown. Da lì anche lui ha cominciato a lavorare in nero ma anche lui dopo un po’ ha smesso di andare al lavoro”. 

Un primo approccio non semplice. Infatti, da lì i due hanno cominciato a guardarsi intorno: “Abbiamo conosciuto questo progetto di marketing online. Si tratta di un’azienda americana che ha sede in centottanta paesi che vende prodotti di salute e benessere, tutti prodotti certificati. Qualche mese fa eravamo nella sede di Roma e alcuni dirigenti della compagnia ci hanno chiesto se avessimo voglia di andare in Spagna. Lì l’azienda era già aperta ma mancava una rete commerciale. Così abbiamo scelto di andare”. 

Roberta racconta quindi com’è la vita lontana da casa: “Siamo qui da quasi quattro mesi. Ci troviamo benissimo, ci siamo subito sentiti accolti e c’è un forte senso di comunità. Io e il mio ragazzo diciamo sempre che l’Italia è bella ma solo da turisti. In Italia non ci sono opportunità per i giovani. C’è una mentalità un po’ chiusa, molto canonica: liceo, università, lavoro fino a sessanta, settant’anni. Il mondo del lavoro oggi offre tantissime nuove opportunità anche solo attraverso lo smartphone. Ma bisogna saperle cogliere. A noi non basta la vita comoda: una vita normale, pagarsi l’affitto, una vacanza ogni tanto e due cene fuori al mese. Noi vogliamo di più”.

Dall'Emilia alla Gran Bretagna, passando per gli Stati Uniti

Ma c’è chi ha scelto l’estero ormai tanti anni fa. Si tratta di E.B., originaria di Modena e studente dell’Alma Mater di Bologna, dove si è laureata in lettere classiche nel 2002. E. ha lasciato l’Italia dopo aver insegnato italiano in una scuola di lingua straniera a Modena. Poi gli Stati Uniti: “Avevo capito che volevo continuare a studiare. Ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di andare in Massachusetts dove ho continuato a studiare e dove, nel frattempo, insegnavo italiano. Dopo ho continuato con il dottorato, poi mi sono trasferita in Gran Bretagna, dove vivo tutt’ora. Il lavoro in Italia mi piaceva molto, ma la spinta ad andare all’avventura era forte, all’epoca avevo 25 anni e, una volta negli Stati Uniti, ho visto un mondo accademico che era l’ideale per me”. E. adesso insegna italiano e studi interculturali al King’s College di Londra. Il confronto con il mondo accademico italiano, secondo lei, è difficile: “Innanzitutto, nel mondo anglosassone le università sono aziende e gli studenti sono clienti; c’è quindi un’attenzione maggiore. Il mondo umanistico, poi, è profondamente diverso. A Bologna, come in altre città, l’università è un esamificio: segui lezioni con centinaia di persone, studi, fai l’esame e alla fine porti a casa la laurea. Stop. Negli Stati Uniti è diverso: i professori erano al mio livello, mi aiutavano, e mi hanno regalato una certa sicurezza che non avevo in Italia. L’investimento che c’è sul potenziale di un giovane: questa è la differenza principale”.

Il podcast bolognese che racconta gli italiani all'estero

C’è poi chi non lascia l’Italia, ma racconta le storie di chi lo fa: è Daniele, anche lui ex studente dell’Alma Mater, che conduce il podcast “Italiani all’Estero”. Storie diverse, ma che in comune hanno il coraggio e la forza di lasciare casa propria: “Solitamente i media quando parlano di ‘italiani all’estero’ non raccontano le reali motivazioni che portano le persone a cambiare Paese. Si parla sempre di un generico motivo lavorativo, ma a me interessava capire cosa spinge realmente il singolo individuo a spostarsi. Inoltre, spesso non viene considerata la spesa emotiva che queste persone affrontano. Allora ho deciso di raccontare le loro storie. Io ho studiato alla facoltà di lingue all’Università di Bologna e conoscevo tante persone che negli anni sono partite per l’estero. Così ho chiesto direttamente a loro. Agli emigrati faccio sempre tre domande: la loro storia personale, le necessità burocratiche per spostarsi in un nuovo paese e un argomento a scelta, che molto spesso diventa un confronto tra l’Italia e l’altra nazione oppure sul disagio emotivo di vivere lontano da casa”.

Nelle storie delle persone intervistate, Daniele ritrova alcune linee comuni: “Spesso c’è molta casualità: capita un’opportunità e viene colta. In altri casi c’è un desiderio forte. Luca, uno degli intervistati, ha studiato il cinese a Bologna e voleva a tutti i costi andare a lavorare lì. Così è partito per Shangai. Altre volte può esserci alla base un motivo di studio o lavoro, come il dottorato, l’Erasmus o l’Overseas. In ogni caso, però, si tratta di tentativi: alcuni si trovano male e tornano in Italia, altri si trovano bene e rimangono lì e magari si sposano anche, come Cinzia e Francesco in Messico”. 

Sulle differenze che esistono nel mondo del lavoro tra Italia ed estero Daniele si è fatto una precisa idea: “Le persone che lasciano l’Italia per lavoro, ad esempio per dottorato o assegno di ricerca, di solito preferiscono di gran lunga l’estero all’Italia. Oltre a stipendi più alti, fuori dall’Italia c’è un’etica per la ricerca e per il lavoro molto più professionalizzante rispetto a quella che c’è in Italia. Con i superiori c’è un rapporto uno a uno, più collaborativo e meno subordinato, e lo stesso vale per i tutor. Di solito, chi è all’estero è più appagato, più aiutato e anche più pagato”.

Un contesto lavorativo con più possibilità e più efficienza, quindi: “Secondo me – continua Daniele – all’estero è richiesta meno ‘attenzione’ al cittadino. Funziona tutto un po’ meglio. Nel cartone animato “Le dodici fatiche di Asterix e Obelix” i due protagonisti ad un certo punto vanno in un palazzo che rende le persone folli. Ecco: io e i miei amici lo paragoniamo all’INPS”. Durante l’intervista Daniele tocca diverse volte il tasto dell’emotività: “In tanti lamentano una vita emotivamente lontana dai nostri standard, a meno che non si tratti di paesi latini. Spesso è un fattore che viene sottovalutato. Alcuni di loro, a volte, tornano in Italia per avere una vita più appagante e vicina ad amici e parenti, magari anche rinunciando a posti di lavoro migliori e con stipendi più alti”.

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