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Truffa milionaria sui rimborsi al Fotovoltaico, 53enne in manette

Nei guai è finito un imprenditore già noto alle cronache giudiziare per il crac di una celebre società immobiliare

Una truffa finalizzata percepire indebitamente contributi pubblici destinati a un impianto fotovoltaico non in funzione e l'autoriciclaggio.

Sono le accuse che hanno portato in carcere un imprenditore di Monghidoro di 53 anni. Il provvedimento, chiesto dal pm Antonella Scandellari e disposto dal Gip Francesca Zavaglia, è stato eseguito dalla Guardia di Finanza di Bologna. I militari hanno proceduto inoltre al sequestro di disponibilità bancarie, beni mobili ed immobili per quasi un milione di euro, pari al valore della cifra contestata.

In particolare, l’indagine, coordinata dalla pm Scandellari e condotta dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bologna, trae origine dall’approfondimento di alcune segnalazioni per operazioni sospette, pervenute alle fiamme gialle felsinee dal circuito bancario. 

Dagli accertamenti è emerso come l’imprenditore, nonostante fosse stato inabilitato all’esercizio di qualsiasi attività commerciale a seguito delle condanne ricevute dopo crac di un piccolo impero immobiliare-finanziario nel 2011, stesse continuando ad amministrare società per conseguire illeciti guadagni, servendosi della collaborazione del coniuge e di una fidata professionista del posto, anch’esse indagate.

Nello specifico, grazie anche all’esame della documentazione e dei messaggi di posta elettronica acquisiti nel corso di alcune perquisizioni, è stato accertato come attraverso una di queste società, operante nel settore delle energie rinnovabili, fosse stata messa in piedi una frode per ottenere indebitamente dal Gestore dei Servizi Energetici incentivi pubblici per circa 1 milione di euro dichiarando falsamente, attraverso l’utilizzo di atti appositamente artefatti, di avere messo in esercizio un impianto fotovoltaico situato in Monghidoro quando in realtà non era stato ancora completato e nemmeno era idoneo ad entrare in funzione.

L’accusa di autoriciclaggio è scaturita invece dal fatto che una parte delle somme ottenute indebitamente sono state poi dirottate a società lussemburghesi estranee alla compagine societaria dell’azienda italiana, a titolo di “rimborso finanziamento soci”, nonostante il fatto che tali società non vantassero alcun credito.
 

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