Prostituzione e schiavitù in via Bentini: coppia in manette

Dal quadro delle indagini emerge il triste racconto tipico dello sfruttamento e della tratta

Si prostituivano per strada in via Bentini, e quasi tutto andava alla 'madame' e a suo marito, oltre al denaro contratto in debito per venire in Italia. un'altra severa storia di sfruttamento e schiavitù è emersa e stroncata dalla Squadra mobile della polizia di Bologna, che ha tratto in arresto una coppia di cittadini nigeriani di 35 e 33 anni, accusati di riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I due, genitori di quattro figli, sono ora agli arresti domiciliari.

Il provvedimento, chiesto dal pm Orsi e disposto dal Gip Gamberini, ha messo fine a un fenomeno che vede direttamente coinvolte come vittime due giovani ragazze connazionali, ma vi sono fondati motivi di credere che il 'giro' fosse ben più ampio, con diverse ragazze non identificate ma 'gestite' dalla coppia.

Le indagini della Mobile risalgono al giugno del 2018, e sono partite dalla denuncia di una delle ultime ragazze oggetto dello sfruttamento, esposto al quale è seguito anche quello di un'altra donna, invischiata nel tunnel della prostituzione forzata debitoria da più tempo.

Riti 'juju' e false promesse: ragazza denuncia la sua madame, un arresto

I dettagli cambiano, ma il copione è più o meno lo stesso di quello classico delle storie di prostituzione dietro il ricatto del debito di tratta. In questo caso la giovane, arrivata in Italia attraverso lo sbarco dalla Libia e dopo un tragitto durato mesi dalla Nigeria, era stata assoggettata con il consueto rito 'juju' per la sudditanza alla madame, ovvero la 33enne arrestata, e portata dal marito a Bologna dalla Sicilia.

Di qui un debito di 35mila euro, alle cui rate andavano aggiunti vitto, alloggio (300 euro al mese) e anche il 'noleggio' del tratto di strada dove la giovane era costretta a esercitare (150 euro al mese). La donna vittima delle condizioni di schiavitù alle quali era sottoposta era anche costretta a vivere e dormire nella cucina di casa al pianterreno, su un ciaciglio.

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Entrambe le giovani donne erano -si legge nelle carte- "sottoposte ad uno stato di soggezione continuativa, approfittando della loro situazione di inferiorità psichica e di necessità, derivante anche dallo stato di clandestinità in un Paese del quale non conoscevano nemmeno la lingua". In qualche modo però la ragazza più giovane ha trovato la forza di fare denuncia, permettendo di dare il La alle indagini, fino agli arresti di stamane.

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