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Processo 'Aemilia', condannato in primo grado anche l'ex calciatore Vincenzo Iaquinta

L'attaccante del Mondiale ritenuto colpevole per reati sulla detenzione di armi. Al padre Giuseppe comminati 19 anni di reclusione

L'ex calciatore della Juventus e attaccante della allora Nazionale di calcio vincitrice della coppa del mondo Vincenzo Iaquinta è stato condannato in primo grado a due anni di reclusione. E' una delle 125 condanne del maxi-processo 'Aemilia' che ha indagato sulla penetrazione della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Emilia.

Condannato anche Giuseppe Iaquinta, padre di Vincenzo a 19 anni, accusato di associazione mafiosa. Per l'ex bomber bianconero invece i magistrati avevano chiesto sei anni, per fatti relativi alla custodia di alcune armi.

"Il nome 'ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia -urla Iaquinta, uscito dall'aula mentre ancora i giudici leggevano la sentenza- non è possibile. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente, perché sono calabrese, perché sono di Cutro. Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese.  Noi non abbiamo fatto niente perché con la 'ndrangheta non c'entriamo niente".

Nel complesso del processo -come riporta la Dire- la sentenza ha disposto 125 condanne, 19 assoluzioni e quattro prescrizioni. Il verdetto pronunciato nel primo pomeriggio in Tribunale a Reggio Emilia dal collegio dei giudici presieduto da Francesco Maria Caruso (affiancato a latere da Cristina Beretti e Andrea Rat) che poco dopo le 14 finisce di leggere la sentenza di primo grado per "Aemilia", il maggiore processo contro la 'ndrangheta del nord Italia con 148 imputati alla sbarra.

Al netto di alcune riduzioni di pena anche consistenti, (compensate però da condanne più pesanti rispetto a quanto chiesto dall'accusa per altre posizioni) è quindi pienamente conclamata l'esistenza di una 'ndrina attiva da anni in Emilia e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e indipendente da essa.

"Se in passato ci sono state sottovalutazioni o superficialità di analisi rispetto alla penetrazione delle mafie nel nostro territorio, adesso in Emilia-Romagna nessuno si volta più dall'altra parte, negandone il pericolo. Chi lo dovesse fare si renderebbe complice di una realtà che non è più negabile".

Così l'assessore alla Legalità della Regione Emilia-Romagna, Massimo Mezzetti, commenta la condanna in primo grado inflitta oggi a 125 dei 148 indagati al processo Aemilia. Mezzetti rivendica l'impegno della Regione in questi anni contro la mafia: dai progetti con le scuole al recupero dei beni confiscati; dalla white list delle aziende impegnate nella ricostruzione post-sisma al Testo unico per la legalità; dal sostegno anche economico per lo svolgimento del processo Aemilia a Bologna e Reggio Emilia fino alla costituzione di parte civile. "La comunità regionale si è schierata senza se e senza ma con inquirenti, magistratura e agenti delle Forze dell'ordine- afferma l'assessore- impegnati nella battaglia per la legalità".

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