Zaki in carcere preventivo da quattro mesi: tornano le manifestazioni

Annunciato un presidio in Piazza Maggiore: sul caso pesano anche le indiscrezioni su una vendita pendente di armamenti al regime di Al Sisi

Adesso che è di nuovo concesso tornare nelle piazze per manifestare, a Bologna riprendono anche le iniziative 'fisiche' per mantenere viva l'attenzione su Patrick Zaki. Il primo appuntamento è venerdì, alle 17, in piazza Maggiore per "ribadire che rivogliamo Patrick con noi in città e denunciamo ogni accordo tra lo Stato italiano e il regime egiziano", scrivono i collettivi Labas e Saperi Naviganti, organizzatori del presidio.

"A questo periodo infame (emergenza coronavirus, ndr) marcato dalla mancanza di informazioni chiare si è affiancato il silenzio da parte della politica istituzionale sul caso Zaki- si legge sull'evento Facebook- mentre il ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio portava avanti le trattative per la vendita di armamenti direttamente al regime di Al-Sisi".

Si tratta della prima mobilitazione in solidarietà a Zaki post Covid-19, anche se durante i mesi del lockdown diverse erano state le iniziative virtuali. Ultima su tutte una petizione online su change.org per sollecitare il Comune di Bologna a rimettere il grande manifesto dedicato a Zaki in piazza Maggiore.

L'opera, affisa il 26 maggio infatti, è stata rimossa dopo appena una settimana lasciando il posto ad una pubblicità. In una settimana la petizione ha raggiunto 1.387 firme, di cui 1.000 solo nelle prime 48 ore. Anche se i numeri e le firme non 'salgono' rapidamente in realtà l'interesse degli attivisti, anche studenti e amici di Zaki, è quello di manifestare- spiegano- "scendere in piazza fisicamente e la petizione online era piuttosto un modo simbolico per 'condannare' la decisione dell'amministrazione di rimuovere il manifesto (anche se in realtà quello spazio non è gestito dal Comune, ndr)".

L'annuncio della manifestazione di arriva proprio un giorno dopo un'interrogazione parlamentare sul tema, presentata ieri dai senatori di Liberi e uguali, Nicola Fratoianni e Federico Fornaro. La domanda, rivolta al ministero degli Esteri, è molto semplice: il Governo italiano, anche alla luce della legge 185, non ritiene sia il caso di rivedere gli accordi sulle forniture militari al Governo egiziano?

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"Durante il Governo di Al-Sisi l'Egitto si è reso protagonista di pesanti violazioni dei diritti umani, sparizioni, arresti di massa, sequestri e torture; l'Egitto continua a rifiutare ogni collaborazione politica e giudiziaria con il nostro Paese nella ricerca della verità sul terribile omicidio di Giulio Regeni e solo quattro mesi fa le forze di sicurezza egiziane hanno arrestato, senza un valido motivo, il giovane Patrick Zaki, cittadino egiziano che studiava a Bologna", spiegano i senatori, ricordando che, come denunciato dalla Rete italiana per il disarmo e dalla Rete della pace, dalla lettura dei dati aggregati dell'export militare italiano per il 2019, ora è noto che "il Paese destinatario del maggior numero di autorizzazioni per nuove licenze (dall'Italia, ndr) sarebbe l'Egitto, con 871,7 milioni di euro, derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo". (Saf/ Dire)

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