Bar, pub e ristoranti chiudono alle 18: "Un lockdown 'strisciante'. Meglio la chiusura totale"

Amarezza e preoccupazione per chi lavora nel settore: "Unica speranza gli aiuti dello Stato, che devono essere giusti e arrivare presto. Molti sono disperati e non sanno come reagire"

Dalla mezzanotte è entrato in vigore il nuovo dpcm e oggi, lunedì 26 ottobre, scattano le nuove disposizioni: fra le altre, la riduzione degli orari imposti a bar, ristoranti e pub, che dovranno chiudere al pubblico alle 18.00 (e fino alle 5 del mattino), con attività di delivery e asporto consentiti fino alle 24.00. Come l'hanno presa i lavoratori del settore? La bozza del decreto li aveva preparati, ma per molti è stato un duro colpo, ancora da ammortizzare: "Ci prendiamo un giorno di pausa per riflettere, per capire, per pensare a cosa fare" hanno detto a caldo alcuni titolari di attività di somministrazione. Altri invece vogliono spiegare il terremoto che da mesi fa tremare la terra che calpestano. 

"Avremmo preferito la chiusura totale. L'asporto e il delivery sono un rischio"

Portavoce dei commercianti riuniti sotto l'associazione di categoria Confesercenti, Massimo Zucchini, titolare dello storico Irish pub di via Caduti di Cefalonia. Il suo locale normalmente apre alle sei di pomeriggio e adesso questa è l'ora della chiusura: "Da oggi ribaltiamo i nostri orari per cercare di tenere meno persone possibile in cassa integrazione, per scongiurare gli sprechi di cibo e di bevande, provando una strada nuova (quella dell'apertura dall'ora di pranzo fino al pomeriggio) ben consapevoli che questo lockdown 'strisciante' farà circolare molta meno gente e che pur sforzandoci molto probabilmente non riusciremo a coprire le spese". 

Molti di voi hanno detto che sarebbe stato meglio un lockdown totale. Lei è d'accordo? "Sì, lo penso anche io. Fra l'altro con la ristorazione secondo me è stata chiusa una 'zona' meno preoccupante e meno rischiosa di tante altre. Quello che stiamo vivendo è un dramma vero e noi non mettiamo becco nella pandemia, tuttavia dobbiamo spiegare perchè per noi diventa pericoloso anche l'asporto, visto il divieto di consumare cibi e bevande all'esterno e di tenere attivi dei lavoratori fino a sera senza la garanzia che arriveranno degli ordini". 

"Siamo disperati, si fa fatica a ragionare sul da farsi"

"I miei colleghi sono tutti disperati e si fa fatica a ragionare - continua Zucchini riferendosi ai suoi consociati - adesso il lavoro da fare è quello di dare un po' di speranza. Il premier Giuseppe Conte ha parlato di ristori, di contributi alla nostra categoria e noi vogliamo crederci perchè sarebbe l'unico modo per sopravvivere, sempre che arrivino in tempi brevi e siano proporzionati al bisogno. Altrimenti? Altrimenti rischiamo di ritrovarci alla fine dell'emergenza con tutte le serrande chiuse e noi imprenditori con debiti trentennali che ci riducono praticamente in schiavitù. Aspettiamo il tavolo tecnico che è stato promesso a breve termine". 

Nuovo Dpcm, Bonaccini: "Alcune misure non coerenti tra loro" 

Il bar storico: "Un contentino per non sentirsi in colpa. Servivano più controlli dove si sgarrava"

C'è un altro bar storico di Bologna che ha qualcosa da dire sul nuovo decreto e sui nuovi orari di apertura e chiusura delle attività. Simonetta Fabbretti parla anche a nome delle socie Alessandra Laveni, Nadia Salatin e Paola Laveni del bar Miky e Max di via Orfeo: "Così non è possibile lavorare, un contentino per non sentire la colpa di averci fatto chiudere. Abbassare le serrande alle 18 ci porta via metà della clientela ma non solo: influenza anche l'altra parte della clientela (quella che viene a fare le colazioni o a mangiarsi un panino): il bar sta in piedi grazie a tutto l'incasso giornaliero, con margini differenti a seconda che si venda un amaro o un croissant. Dicono di stare a casa, si attiva lo smartworking e la dad: chi viene a pranzo o a prendere un panino da noi? Sarebbe stato meglio un lockdown totale, almeno non si hanno spese". 

"Conte ha detto che al bar e alla cena al ristorante si può rinunciare, ma che discorso è? Conta tutto ciò che ruota intorno a quella cena: i rappresentanti non sanno più come andare avanti e all'ingrosso non c'è più fila e non c'è più nessuno. Io non voglio soldi, a me non servono neppure se sono 10 mila euro, io voglio solo tornare a lavorare. Il nostro settore rischia di non risollevarsi più perchè il bar non è fatto di asporto (come ci arriva uno spritz a domicilio?) ma di convivialità. Dovevano controllare di più e far chiudere invece che sanzionare". 

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