Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Economia Centro Storico / Via Belvedere

"Pensare al boom economico come una sorta di buon auspicio". Così in pandemia è nato il bar che ti catapulta negli anni '60

Il juke box, l'aperitivo San Pellegrino, il rosolio, il gioco del Camparino e la colonna sonora perfetta: tutto è come era una volta. In via Belvedere tre amici hanno deciso di aprire una porta sul passato proprio quando c'era la fase restrittiva dell'era covid

Nell'aria le note di "Riderà" di Little Tony che arrivano dal juke box. Immagino di pagare l'aperitivo con le Lire, giusto per rendere l'idea di quanto sia reale la sensazione che in via Belvedere, lì a due passi dal Mercato delle Erbe, ci sia un passaggio spazio-temporale che porta dritti negli anni Sessanta. Si chiama "Volare", come la canzone di Domenico Modugno, il bar di Giuseppe "Beppe" Doria, Fabio Tiberio e Giuseppe Montanaro, i tre soci del Macondo di via del Pratello che a un certo punto, mentre tutto intorno era congelato dall'emergenza sanitari si sono detti: perchè no? E adesso Beppe ci racconta qualcosa di più. 

L'idea di "Volare" è nata in un momentaccio: proprio durante la fase più dura e restrittiva della pandemia. Il vostro, uno dei settori più in difficoltà, eppure avete avuto la voglia e l'energia per pensare a un nuovo progetto. Come è andata? 

"Gli anni Sessanta sono gli anni del boom economico. Pensare a un boom economico in piena pandemia è stato una sorta di buon auspicio. Nata un po' come idea folle, siamo riusciti a razionalizzarla in fretta e ci ha dato l'energia per superare il momento e pensare anche a un parallelo fra il Piano Marshall (il piano per la ripresa europea "European Recovery Program" per la ricostruzione  dopo la Seconda Guerra Mondiale) e il recovery fund. Così, speranzosi e anche un po' in preda a una sana incoscienza".

E oltre a pensarlo, il locale lo hanno anche restaurato con le loro mani (come si vede nella foto, ndr). 

Volare, il bar anni 60

Da quanto tempo siete aperti e cosa ha di speciale il vostro locale? 

"Siamo aperti dallo scorso 28 giugno, ma non abbiamo ancora fatto promozione e non abbiamo ancora inaugurato ufficialmente il bar. Nonostante ciò si è molto parlato di noi e abbiamo già tanti clienti affezionati (a noi e ai nostri drink). L'esperienza di 'Volare' è quella della semplicità di una volta, di richiami a quei bar di paese che arredati negli anni Sessanta non sono cambiati di una virgola per decenni (ed è per questo che noi 40enni ce li ricordiamo bene). Qui si beve Rosolio, si preparano cocktail con il Biancosarti e con bibite San Pellegrino, si mangia l'uovo sodo e pane e mortadella. Ci stiamo attrezzando per introdurre anche il tipicissimo toast". 

E poi c'è l'atmosfera e c'è il design. Altro cavallo di battaglia degli anni Sessanta...

"Per arredare il bar abbiamo voluto e cercato solo pezzi originali e non delle riproduzioni. Dai manifesti pubblicitari alla sensualità delle dive dell'epoca esposte sulle pareti, dai lampadari al juke box, passando per il bel telefono a gettoni e la tv in bianco e nero (che dobbiamo cercare di far funzionare in qualche modo). Tutto il locale è molto bello, ma qui non siamo solo scenografia: il nostro è un progetto realmente legato al concetto di semplicità e socialità". 

A proposito di socialità. All'ora dell'aperitivo oltre ai coloratissimi drink e ai calici di vino, sono rispuntate anche le iconiche bottigliette di Campari soda (che ricordiamo, è stata disegnata da Depero), protagoniste anche di un simpatico giochetto...ce lo spieghi? 

"Con il Camparino scherziamo sempre. Così da solo non veniva chiesto da nessuno, ma poi è nata questa cosa che tra amici lo si beve così, brindando e buttandolo giù tutto d'un fiato. E poi scatta il giochino: sul fondo di ogni bottiglietta c'è un numero. Chi ha quello più basso (fatta eccezione per l'uno, che vince su tutti) deve pagare il giro. Non chiedermi da dove arriva. Non lo so, ma ormai è una pratica!". 

La figura del barista e l'eleganza del gilet e del papillon. Solo questione di stile? 

"Durante tutto il periodo delle chiusure e anche dopo, con le prime timide aperture e le lotte di molti colleghi per poter riprendere a lavorare, abbiamo visto il nostro comparto come un settore sacrificabile e bistrattato. Ecco, il gilet e il cravattino sono il simbolo della riqualificazione della figura del barista, che negli anni '60 era praticamente un'istituzione". 

Cosa ci porti da bere? 

"Il nostro aperitivo di punta: il Sessanta". 



 

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