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Al Teatro delle Ariette di Valsamoggia il Premio della Critica 2020: "Ironia vuole, proprio nell'anno della pandemia"

Stefano Pasquini, Paola Berselli, Maurizio Ferraresi e Irene Bartolini soddisfatti per il primo premio della loro vita: "Aspettiamo di tornare in scena tenendo vivo il rapporto con gli spettatori immaginando come convivere con questo momento grigio"

Il Teatro delle Ariette, associazione che dai bei paesaggi di Valsamoggia calca le scene dal '96, si è aggiudicato il Premio della Critica 2020 dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro, un riconoscimento motivato così: "Gruppo storico ed eroico di teatranti e contadini che fondano nella concretezza materiale dell’esperienza e delle tradizioni della loro terra la loro voce teatrale".

Una grande soddisfazione per Stefano Pasquini, Paola Berselli, Maurizio Ferraresi e Irene Bartolini, la squadra che compone il Teatro delle Ariette: "E' il primo premio che riceviamo nella nostra vita ed è stato sorprendente e gratificante. Abbiamo regino con gioia, ma anche con una buona dose di ironia visto che arriva proprio nell'anno della pandemia e non abbiamo neppure avuto una cerimonia ufficiale!". Sì, perchè in realtà l'evento di premiazione si è svolto con una diretta Facebook dal Teatro Mercadante di Napoli, ma la consegna in presenza avrà luogo a Roma la prossima primavera. "La cosa curiosa - continua Pasquini, che si fa portavoce del gruppo - è che tutti erano convinti avessimo vinto già un sacco di premi. Questa cosa ci ha un po' stupiti. E allora, ci siamo detti, se tutti lo pensano facciamo finta che sia così".  

La pandemia, appunto. Un anno che per chi fa cultura (come per tante altre categorie di lavoratori) è stato ed è tuttora durissimo, una grande sfida e forse anche in una qualche maniera (e con una buona dose di ottimismo) un'opportunità. Come avete vissuto e state vivendo questo momento? "Abbiamo reagito un po' come tutti: quando in marzo si è chiuso tutto siamo rimasti travolti. Eravamo in Francia per una tourneé e rientrando abbiamo attraversato un'Italia deserta, spettrale. Con il tutto annullato anche per noi c'è stata la cassa integrazione. Il lockdown è stato un momento di riflessione durante il quale ci siamo fatti delle domande e abbiamo raccolto tanti spunti su quello che nella vita poteva essere migliorato e di quello di cui non ci eravamo accorti. Poi l'estate si è riaperta e abbiamo lavorato tantissimo, sia alle Ariette nei nostri campi e poi con un progetto a Roma in settembre.

La sensazione è quella di necessità di vivere l'arte come confronto e socialità: adesso siamo in un momento grigio perchè abbiamo capito tutti che quelle che abbiamo davanti sono immagini di un mondo futuro e non solo presente. Stiamo rifacendo i conti per provare a immaginare assieme un modo per convivere in questo mondo più cupo e difficile". 

Il rapporto con il pubblico: oggi è epistolare

E il rapporto con il pubblico? Come lo state tenendo vivo? "Abbiamo sentito la necessità di tenere vivo un dialogo e lo facciamo in maniera epistolare. Il nostro sito sarà una cassetta della posta che raccoglierà parole senza immagini e che racconta la vita che stiamo facendo". Nell’attesa che il teatro in mezzo ai campi possa tornare ad ospitare i suoi spettatori infatti, Ariette lancia un’iniziativa per mantenere viva la relazione e il dialogo con il suo pubblico attraverso un’Assemblea di Lettere: un dialogo pubblico in forma epistolare, per continuare a stare in contatto e condividere pensieri e azioni. Agli spettatori viene chiesto di inviare una lettera, in cui scrivere come si sta trascorrendo questo momento e quale futuro si immagina.

Immaginare il futuro 

Cosa resterà di tutto questo? "Sto cominciando a capire quanto sia grande la nostra sete di risposte e quanto ci faccia ammalare perchè le risposte non ci sono. Anche nel mondo dell'arte le domande ci chiedono di essere ascoltate senza l'ansia di trovare immediatamente una risposta. Noi dobbiamo capire quanto sia importante la domanda. Non sono capace di predire il futuro, ma ci sono tante cose da fare e sicuramente non ci annoieremo. Il grano l'abbiamo già seminato, ma dobbiamo sistemare i campi, gli alberi, le siepi, dobbiamo fare legna e pulire il bosco, occuparci degli animali e programmare le rotazioni, i trapianti e le semine primaverili. Tutte queste cose si possono fare, il teatro no. Abbiamo anche avuto il sentore che questa sospensione non sarà breve, che forse si potrà riaprire a marzo o a maggio. Se l'emergenza Covid dovesse durare a lungo, dovremmo pensare di rinunciare nella nostra vita allo spettacolo dal vivo, al teatro, ai concerti. Dovremmo smettere di stringerci la mano, abbracciarci, mostrarci a viso scoperto. Dovremmo vivere nella paura che tutto quello che tocchiamo sia sporco, contaminato, avvelenato. Facciamo fatica a immaginare una vita così. Siamo confusi, disorientati. Nessuna promessa di ristoro può ristorarci, perché quello che ci manca davvero non sono i soldi ma la vita. Cosa dobbiamo fare, spettacoli in streaming? Web radio e web tv? Inventare qualcosa di nuovo? Videoconferenze? Tacere e aspettare? Darci alla scrittura? Praticare la disubbidienza civile? Stare alle Ariette e pensare soltanto ai nostri campi? Tornare a essere contadini e basta? Avremmo tanto bisogno di parlare con voi. 

I video e lo streaming sono solo surrogati. La comunicazione teatrale è il contatto con il pubblico e l'incontro fra corpi vivi, che è impossibile sostituire perchè quell'emozione è di fatto insostituibile. Poi noi lo sappiamo bene da sempre che il teatro non è un edificio, ma è anche una piazza, un campo, una casa". 

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Da dx: Stefano Pasquini, Paola Berselli, Irene Bartolini e Maurizio Ferraresi


 

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