Lunedì, 27 Settembre 2021
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Le attiviste del Rivolta Pride di Bologna: "Ecco la nostra rivendicazione"

Uno sguardo più da vicino al Rivolta Pride di Bologna, l'evento che come ogni anno porta in piazza le rivendicazioni della comunità LGBTQ+

Cominciamo dalle definizioni: l’evento, da anni ormai, ha perso il nome di “Gay Pride”. Il nome, solitamente, è semplicemente “Pride”. Il perché è ben spiegato nel comunicato stampa diramato dagli organi organizzatori: “Il Rivolta Pride si inserisce all'interno della settimana transfemminista organizzata da Non Una Di Meno, perché la violenza contro cui combattiamo è la stessa. Lo hanno reso evidente gli attacchi al DDL Zan, così come la decisione di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul, motivata da una retorica della famiglia tradizionale fortemente omolesbobitransfobica. La lotta alla violenza sistemica è una lotta transfemminista e queer, una lotta intersezionale e trasversale, perché trasversale e sistemica è la violenza che combattiamo”. Seppur complicato a prima vista, il concetto alla base è molto semplice. “Intersezionale” è la parola su cui maggiormente va posto l’accento: nessuno lotta per sé, ma tutti lottiamo per i diritti e le libertà altrui. Poca forma, quindi, e tanta sostanza. 

Le attiviste del Pride: "Momento di presa di parola"

La prima cosa che Vitto mi dice è che molte attiviste, come lei, quasi mai trovano soddisfazione tra le pagine dei quotidiani: “Difficilmente la stampa è in grado di cogliere la complessità dei movimenti e di ciò che succede”. Vitto fa parte dei collettivi B Side Pride e Laboratorio Smaschieramenti, due tra le tante realtà che hanno contribuito alla nascita del “Rivolta Pride” di Bologna. Lasciar spazio a chi se ne occupa in prima persona sembra, a questo punto, l’ipotesi più sensata. 

Quali sono le novità del Pride di quest’anno?
Per il primo anno il Pride si è costituito attraverso un processo assembleare, orizzontale e quindi attraversabile da chiunque. Ci sono state tante assemblee in cui sono state prese tutte le decisioni più importanti e tutto questo, come detto, è avvenuto in maniera libera e soprattutto orizzontale, cosa che negli anni scorsi non c’è stata. Nelle passate edizioni c’erano alcune associazioni che prendevano le decisioni. Ora, invece, l’orizzonte è più ampio. Sono anni che come B Side Pride lavoriamo per creare uno spazio di rivendicazione e di azione transfemminista e antirazzista, e il Pride vuole essere uno di questi. Anche durante la pandemia ci siamo moss* per promuovere il mutualismo, ad esempio con la distribuzione di pacchi. Questo nuovo Pride nasce dall’esigenza di ripoliticizzare questo spazio.

Com’è che vi siete mosse, allora?
A partire dalle discussioni sul DDL Zan, specialmente delle piazze di maggio - prima a Roma e poi a Bologna - e dalla sintesi politiche raggiunte in quell’occasione, ci siamo riunit* in una sintesi politica comune e abbiamo deciso di costruire il Pride tutt* insieme. Il metodo che abbiamo utilizzato è quello dell’autonomia. La nostra idea è quella di un confronto partecipato, a partire dal basso e dalle esigenze multiformi delle nostre identità.

Qual è il rapporto con le istituzioni?
Al di là delle dovute comunicazioni con la Questura e con il Comune, che ci sono state, riteniamo che il dialogo con le istituzioni sia importante. Anche per questo non vogliamo bandiere di nessun partito in piazza. Noi siamo apert* e presenti, ma sempre nel rispetto dei reciproci ruoli e dell'autonomia del movimento. Noi persone queer sappiamo autogestire la nostra azione politica. Sentivamo forte la necessità di riappropriarci della narrazione sui nostri corpi e sul nostro percorso politico. Il Pride per noi è un momento di presa di parola delle soggettività LGBTQ+ senza la mediazione di nessuno. Vogliamo dalle istituzioni che ci lascino spazio.

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