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Politica e comunicazione: il semiologo analizza la crisi di governo: "Persi gli slogan, perse le certezze"

L'esperto di semiotica Ruggero Ragonese ripercorre gli ultimi eventi e i politici protagonisti: "La linea pacata di Conte in questo momento resta vincente"

Politica e comunicazione all'epoca della pandemia e della crisi di governo (in contemporanea). Cosa si può leggere fra le righe delle ultime vicende politiche che ci stanno tenendo incollati ai media per capire cosa può succedere ancora in un momento tanto delicato? Mentre aspettiamo di capire cosa succederà oggi al Consiglio dei Ministri un'analisi "diversa", quella fatta da un esperto di semiotica (la scienza generale dei segni) messo di fronte all'ultima settimana di voti e polemiche fra Parlamento e stanze dei bottoni: è il semiologo Ruggero Ragonese a commentare e dare spunti interessanti sulla partita a scacchi Renzi-Conte, ma non solo. Da Roma agli USA, la prospettiva è ampia e si mettono a confronto fenomeni e tendenze che vanno dal look dei leader e rappresentanti ai discorsi affidati ai social. 

Siamo lontani dalle occasioni elettorali, eppure la comunicazione anche negli eventi degli ultimi giorni e nella crisi italiana gioca un ruolo decisivo. Non è così?

"Sì, ma tendenzialmente in negativo. Credo che dopo la sbornia elettorale di Politiche ed Europee, si sta lentamente riaffermando un principio di realtà che ha messo in crisi comunicazioni politiche troppo centrate sul micro e sull’individuo. Tuttavia, c’è un discorso un po’ più complesso che è emerso soprattutto in Italia.

Persi gli slogan si sono perse anche le certezze. Così “all’apparire del vero”, cioè del bagno di realtà della pandemia, i leader, tutti in realtà assai poco carismatici, hanno rivelato una certa pochezza di idee e prospettive. Basterebbe pensare all’immagine, ormai diventata virale e trasformata in un meme, di Bernie Sanders all’Inauguration day di Biden. A dispetto di concerti, abiti sfarzosi, presenzialismo esasperato, la figura del vecchio senatore vestito in modo dimesso ha fatto breccia nell’immaginario.

La crisi di Conte ha invece per me un’altra immagine: le conferenze stampa con la mascherina. Avete visto altri leader europei parlare con la mascherina quando parlavano al pubblico nelle conferenze istituzionali? Biden parla con la mascherina? Ebbene, ovviamente sono il primo a ribadire l’importanza di questo dispositivo nella lotta al Covid-19. Ma davvero è necessario portare la mascherina anche in conferenze stampa dove si sta su uno scranno isolato a molti metri dai propri interlocutori? Non sarebbe premiale in questo caso mostrare il proprio volto? E invece si è scelto di tenere la mascherina per dare l’esempio, immagino, ai cittadini e per evitare polemiche (eppure, curiosamente, il Presidente Mattarella ha scelto di non indossarla nel discorso di fine anno e nessuno ha avuto da ridire). Però si è perso molto in efficacia. Difficile parlare alla nazione con una mascherina. Ecco l’immagine di Conte con la mascherina segna un po’ la crisi di fiducia che indubbiamente c’è stata nella seconda ondata pandemica rispetto alla prima. Contrasta con la frase ormai celebre ‘questo governo non lavora con il favore delle tenebre’ che aveva segnato il livello massimo del consenso per il Presidente del consiglio. Ovviamente, però, Conte è ancora molto amato perché appare comunque meno legato a una visione personalistica della politica e perché comunque tiene una linea pacata (democristiana hanno detto in molti) che è vincente in questo momento, proprio per le ragioni che ho detto prima".  

"Avete visto altri leader europei a parte Conte parlare con la mascherina durante le conferenze istituzionali?" (la risposta è NO)

Quindi, mentre, dopo la fiducia, lo scontro è ancora aperto, c'è un vero vincitore fra lui e Matteo Renzi?

"Renzi e Conte non escono rafforzati da questo duello. Il primo è l’evidente sconfitto, almeno sul breve: non ha ottenuto un cambio alla Presidenza del consiglio, non ha ottenuto un governo di larghe intese e non ha ottenuto un riconoscimento da parte di altri soggetti politici, tramutandosi in un paria parlamentare. In certi momenti è sembrato come Fini nel 2010, quando tentò senza successo di far cadere il governo Berlusconi. Renzi ha avuto, però, l’accortezza di non spingere l’acceleratore al massimo. L’astensione è un modo elegante per tenere insieme i suoi, decidendo di non decidere, ma la cosa non può durare ancora a lungo. Comunicativamente è certo tornato al centro dell’attenzione, ma a che prezzo?

Conte appare il vincitore, ha incassato la fiducia, ma non la maggioranza e ora è a rischio ricatto non più di un partito ma di tanti soggetti singoli, situazione tendenzialmente peggiore. Da qui il tentativo, fallito e reiterato, di formare una compagine unitaria con i ‘responsabili’, operazione questa probabilmente destinata al fallimento: anche dovessero identificarsi in una sigla non saranno mai un partito affidabile (Italia Viva al contrario volente o nolente ha un leader). E’ il classico gioco del pollo o del coniglio: i due contendenti sono lanciati verso il burrone (le elezioni) chi sterza per primo ha perso. In caso di voto, il Presidente del consiglio potrebbe beneficiare, però, se escluso dal governo o costretto alle elezioni, di po’ di effetto underdog, che è un po’ come le nominations del Grande del fratello: se dentro la Casa o il Parlamento tutti brigano per farti fuori, l’opinione pubblica tende a simpatizzare con te.  Al contrario Renzi ha più da perdere. Comunque, a oggi, questa crisi dà un totale negativo, nessuno vince pienamente e soprattutto si intravede con difficoltà un progetto più ampio e complessivo che non sia eminentemente elettorale".

"Renzi non fa più parte del governo, ma non è assimilabile all’opposizione piena e quindi si trova in una terra di nessuno che alla lunga lo può logorare, Conte non ha più una chiara maggioranza parlamentare"

Cosa perde uno e cosa l'altro con questa votazione?

"Beh verrebbe da dire che uno perde il governo, l’altro il Parlamento. Renzi non fa più parte del governo, ma non è assimilabile all’opposizione piena e quindi si trova in una terra di nessuno che alla lunga lo può logorare, Conte non ha più una chiara maggioranza parlamentare e, da una posizione di forza certo, si trova però anche lui in una situazione scomoda in balia degli eventi e delle mattane dei singoli responsabili. Una cosa vorrei aggiungere. Se fossi un rappresentante o un simpatizzante del Movimento 5 stelle farei una statua a Matteo Renzi. Tutte le volte che i primi entrano in una crisi piuttosto profonda il secondo sembra volerli aiutare. E’ successo nella campagna elettorale del 2018 in cui li ha talmente demonizzati come nemici della democrazia da farli apparire simpatici, è successo nel 2019 quando stavano per essere vampirizzati da Salvini e ha dato l’ok, anzi è stato l’artefice di un governo con la sinistra, succede adesso. Senza fare nulla i 5stelle si trovano in una situazione comoda: possono allearsi col Pd senza dover giustificarlo moralmente agli elettori, possono, nel caso di un governo di larghe intese, riprendere la loro posizione di isolamento e purezza, beneficiandone largamente a livello elettorale. Più in generale Renzi e i 5stelle sembrano facce contrapposte di una stessa medaglia: a turno si presentano come istituzionali o come rivoluzionari. D’altronde una politica interamente basata sulla propria soggettività o sulla critica alla casta ha corto respiro (come d’altronde quella anti immigrati di Salvini)". 

Sulla posizione di PD e Lega cosa pensa? 

"Il Pd appare l’unica parte che vince (non stravince): ottiene un risultato ambitissimo da Zingaretti e Bettini, l’avvicinamento strutturale coi 5stelle che vuol dire molte cose e allo stesso tempo esclude, o ridimensiona, Renzi nell’area Pd. Manca però, è chiaro, anche qui, qualsiasi rilancio sul piano dei progetti e degli obiettivi. Se si dovesse dire cosa vuole il Pd, cosa pensa di ottenere dal Recovery Fund o dall’azione di governo, credo che in molti avremmo difficoltà a dirlo. Il ritorno al politicismo esasperato, alla politica per la politica è dietro l’angolo, e fu già un po’ la condanna di Bersani e della Ditta.

La Lega sembra da un po’ aver rinunciato alla politica attiva. Orfana dell’unico asset comunicativo su cui aveva fondato i suoi successi (i migranti), fa fatica a trovare una strada: è una situazione che ha subito completamente. In generale mi sembra vada in crisi la logica elettorale a oltranza. I due partiti di rottura, Lega e Cinque stelle, che più avevano beneficiato alle urne della loro radicalità si ritrovano abbastanza spaesati nel momento di fare politica nel senso stretto del termine. Ovviamente, se gli avversari gli serviranno sul piatto d’argento le elezioni anticipate ne saprà approfittare". 

Tante se ne sono dette su Matteo Renzi e sulla responsabilità che si è assunto avviando la crisi di governo in un momento delicatissimo. Lei come la vede? Che futuro avrà dopo questa mossa?

"Guardi non mi interessa unirmi al coro, fortissimo, delle critiche a Renzi che hanno tenuto banco, specie sui social, negli ultimi giorni. Rilevo però che Renzi ha aperto la crisi dicendo che ‘voleva rafforzare il governo’ e criticando il recovery plan che poi si è affrettato a firmare. Un po’ contradditorio. Ma non è solo Renzi. Vede colpisce sentire Calenda sparare a zero sul governo a guida Pd e poi chiedere il sostegno del Pd per la sua candidatura a sindaco di Roma. Ma il discorso è più generale, la destra e non solo imputano spesso al governo i morti della pandemia, ma allo stesso tempo di aver chiuso troppo azzoppando l’economia. Che poi è quello che è stato uno degli argomenti più gettonati durante la discussione alla Camera e al Senato. Il famoso grafico (un po’ tendenzioso ma certamente non falso) in cui l’Italia è agli ultimi posti sia come, aihmé, decessi per milione di abitanti sia come caduta del Pil (fortuna che c’è l’immancabile Argentina che fa peggio di noi). Partendo da questi dati, è ovviamente difficile dire che il governo non abbia fatto errori. Ne ha fatti eccome, per carità. Ma almeno ha fatto. Quello che invece non si capisce è quale sarebbe stato l’approccio alternativo, quali erano le soluzioni in tasca agli altri politici. Si fa fatica a pensare che Salvini e Meloni che facevano le manifestazioni senza mascherina o Renzi che ha sostenuto il governo in tutti i dpcm (che non sono mai stati oggetto della crisi) avrebbero fatto meglio. E’ la stessa cosa che è successo per la crisi di governo. Legittimo anche se non opportuno, forse, aprire una crisi se il governo viene giudicato inadeguato, quello che non è stato mai chiaro nell’opinione pubblica era la proposta alternativa. Lo stesso Renzi ha presentato soluzioni diverse praticamente nell’arco di una giornata: stesso governo altro presidente, grandi intese, altre maggioranze (tutto a parte le elezioni). Ripeto non è una critica che riguarda solo Renzi. Si potrebbe applicarla a molti altri ‘flop’ politici degli ultimi anni: Di Battista, lo stesso Salvini. Non si possono recitare tutte le parti in commedia: di destra, ma anche di sinistra, liberale e statalista, aperturista e chiusurista. O forse si poteva prima del covid-19 che costringe maggiormente a prendere posizione secondo un principio di realtà". 

L'Italia avrà una grossa fetta del recovery fund: secondo lei in questa situazione da 1 a 10 quanto è il rischio che il denaro dell'Europa venga speso male?

"Il Recovery Fund e il Recovery Plan sono stati comunicati a mio avviso malissimo (qualcosa di simile è successo con il Mes). Peccato, perché, innegabilmente, averli ottenuti è una vittoria del governo Conte. Sono apparsi subito, però, come dei codici di difficile decifrazione e qui c’è stato un limite di immagine e comunicazione grandissimo che ha riguardato un po’ tutte le forze in campo sia di maggioranza che di opposizione. Non si è riuscito ad agganciare questo enorme, ipotetico, sospirato flusso di denaro che dovrebbe cambiare la vita degli italiani nei prossimi dieci anni a nulla. Nulla di concreto. Ci si è persi in parole e numeri roboanti: miliardi alla scuola, miliardi alla sanità, ma non si è creata nessuna storia concreta, nessuna narrazione.

Quando i discorsi che si leggono sui social sembrano uguali o addirittura migliori di quelli che fanno politici ed esperti nei media tradizionali allora qualcosa non va. Si è arrivati a una specie di mega discussione di condominio dove i milioni di euro erano trattati come spiccioli e ognuno faceva a gara a esprime un concetto nobile e astratto. Troppa astrattezza non aiuta e insospettisce. Dico un paradosso, il Ponte sullo Stretto, probabilmente irrealizzabile, era almeno una proposta più pratica e concreta, creava un immaginario, un racconto, ma è stato subito accantonato e negato. Però sarebbe il caso di spiegare cosa praticamente si vuole fare con quei soldi, quali progetti. Sarebbe un modo per creare un progetto un po’ più a lunga durata e prospettiva e anche per sgombrare il campo da equivoci e incomprensioni. L’impressione è che non si può dirlo, allora, perché non si vuole dirlo, perché si preferisce rifugiarsi in parole altisonanti ma buone per tutti i governi e tutte le stagioni. E qui torniamo al respiro corto di cui si parlava prima". 

Ruggero Ragonese

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In foto Ruggero Ragonese, l'esperto di semiotica che ha pubblicato di recente "Pubblicità e cinema. Testi e contesti fra semiotica e marketing" 

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