Lunedì, 14 Giugno 2021
Politica

"Giorno del ricordo", seduta solenne in Comune: 'Commemorare le vittime delle foibe non basta'

Oggi a Palazzo D'Accursio seduta solenne del Consiglio comunale per commemorare le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Lembi: 'Non basta ricordare, trovare valori comuni per costruire una sorta di religione civile"

Oggi, lunedì 10 febbraio,nella sala del Consiglio comunale a Palazzo d'Accursio,  seduta  solenne del Consiglio comunale per celebrare il Giorno del Ricordo. Una giornata dedicata alla commemorazione delle vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.
Solennità istituita con la legge 30 marzo 2004, al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una targa commemorativa, destinata ai parenti degli "infoibati" e delle altre vittime delle persecuzioni, dei massacri e delle deportazioni occorse in Istria, in Dalmazia o nelle province del confine orientale durante l'ultima fase della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi.

A Palazzo D'Accursio la  seduta  odierna si svolge alla presenza della Presidente Simona Lembi, del Sindaco di Bologna Virginio Merola e del Presidente del Comitato di Bologna dell’A.N.V.G.D, Marino Segnan. Relatore Raoul Pupo, docente di Storia contemporanea dell'Università di Trieste. Alla seduta partecipano   gli   studenti   dell'ITIS   Belluzzi-Fioravanti  e dell'Istituto Archimede di San Giovanni in Persiceto.

Alla Presidente Simona Lembi il compito di aprire la seduta, "Vorrei  ricordare  in  primo luogo le vittime - ha esordito Lembi -  diverse migliaia di persone (tra le 4000 e le 6000 principalmente italiane) che per motivi etnici e o politici persero la vita tra il 1943 e il 1946. Di questi eccidi le foibe sono il simbolo più noto e più grave".

Le vittime delle foibe e i loro cari - ha detto Lembi - "sono  vittime  due  volte:  di  una  grande  tragedia  originaria  e poi dell'oblio  di  quella  tragedia,  ma  anche  dell'essere  stati condannati incolpevoli  a  svolgere  un  ruolo  politico  che  non  loro certo avevano cercato".

Bologna nel 1947 non accolse con favore il treno che portava 700  esuli  istriani,  fiumani e dalmati in cerca di salvezza in altre zone d'Italia.  Ma  i  cittadini  bolognesi  seppero  poi  rapidamente  cambiare atteggiamento  e  accogliere  gli  esuli,  molti dei quali hanno poi scelto Bologna  per  viverci,  loro  e  i loro cari. "Quello della vicinanza,  della  memoria  condivisa - ha detto la consigliera -  e'  ciò  che ha motivato anche le nostre  azioni  negli  ultimi anni. L'anno scorso abbiamo apposto un “sasso d'Istria”  (ritrovato  quasi  casualmente  da Maurizio Cevenini) negli anni precedenti  nel  Quartiere  San  Donato.  Si  trattava  della  lapide posta all'ingresso di quello che un tempo era il Villaggio Giuliano a Bologna."

Sempre  l'anno  scorso,  il Comune,  per mantenere viva la memoria di quei fatti, ha distribuito  a  tutte  le scuole bolognesi un DVD intitolato “Esodo”, fatto   in collaborazione  con  l'Associazione  Venezia  Giulia  Dalmazia, affinché,  a  partire  dalle  scuole,  fosse  meglio  insegnata, spiegata e raccontata  quella complessa vicenda.

"Non  basta esclusivamente la memoria di quei fenomeni  luttuosi  o  dolorosi - si è oggi sottolineato durante la seduta in Comune -  Ma  a partire da quelli la politica ha un compito:  quello  di  trovare  valori comuni per costruire quella che altri hanno  chiamato  una  sorta  'religione  civile' e cioè un nucleo di valori condivisi in cui gli individui si riconoscono".

Tra  il  1944  e  la  fine  degli  anni Cinquanta, alla frontiera orientale d'Italia  tra  le  270  e  le  350.000  persone,  nella  grande maggioranza italiani,  dovettero abbandonare quelle città e quelle terre in cui a lungo loro  e le loro famiglie avevano abitato, vale a dire le città di Zara e di Fiume,  le  isole del Quarnaro - Cherso e Lussino - e la penisola istriana, passate sotto il controllo Jugoslavo. Se  si assume un approccio più vasto, come ci invitano più recentemente gli  storici  a  fare  e  cioè  a  partire dal 1866 (l'anno in cui l'Italia ottiene  il  Veneto e si trova per la prima volta sulla soglia dei suoi due irredentismi  nord  orientali),  o se si fa riferimento all'esodo nella più ampia  storia istriana oppure, come ci invitava a fare il Professor Pupo ne 'Il  lungo  esodo', ad evidenziando la scomparsa della componente nazionale italiana  nei  territori  passati alla Iugoslavia, cosa mai accaduta prima, ne'  sotto  l'impero  Austriaco,  ne' dopo la prima guerra mondiale, allora quegli eventi ci appaiono in una dimensione completamente diversa.
L'attenzione  si  sposta  quindi  sulle conseguenze della costruzione degli stati  nazionali  e  a  quanto questo non lasciasse spazio al valore delle minoranze, delle differenze tra singole  comunità. 

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