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3 anni di residenza per la casa popolare, Alleva AER: 'PD rincorre la demagogia razzista della destra'

Per fare domanda di accesso agli alloggi sarà richiesta la "residenza o attività lavorativa stabile da almeno 3 anni". Plaudono a metà Lega Nord e 5 Stelle, si oppone l'Altra Emilia Romagna: 'Concezione identitaria e xenofoba tipica di una certa destra'

La commissione Territorio, ambiente, mobilità ha concluso la discussione sull’atto di Giunta che modifica i requisiti per l’accesso e la permanenza negli alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp) e la metodologia per il calcolo dei canoni di affitto. Alla delibera, approvata dall'esecutivo regionale lo scorso 15 aprile, sono stati introdotti alcuni emendamenti, il più rilevante dei quali stabilisce che per fare domanda di accesso agli alloggi Erp il richiedente abbia "residenza anagrafica o attività lavorativa stabile nell’ambito territoriale regionale da almeno 3 anni". Avanzata dai commissari del Pd, la proposta ha ottenuto il voto favorevole del solo Pd, l’astensione dei consiglieri Ln, M5s e Fdi, il no di Sel. Il voto finale sulla delibera, invece, ha visto il sì di Pd e Sel e l'astensione degli altri Gruppi.

“Soddisfatti di aver spronato, già a gennaio, la Regione a rivedere l’intero sistema. Ok alla residenza minima di tre anni per la domanda di accesso, ma sui limiti reddituali per mantenere il diritto alla casa chiedevamo maggiore rigore. Si doveva e poteva fare di più fin da subito” commentano Giulia Gibertoni e Raffaella Sensoli, rispettivamente capogruppo M5S e vicepresidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali in Regione, che parlano però di "rivoluzione mancata" perchè "incapace di andare incontro alle fasce più deboli e restando, al contrario, troppo favorevole a chi non ne avrebbe realmente bisogno”. Si ai tre anni di residenza per avere diritto all'alloggio la Giunta "poteva e doveva fare di più. Per esempio fissando da subito dei paletti più stringenti sul diritto al mantenimento all’alloggio, così come avevamo chiesto già a gennaio prima con una risoluzione e poi con una serie di emendamenti. E invece si dovrà aspettare ancora per poter rivedere questi criteri con l’introduzione del nuovo ISEE che, al momento, resta un’incognita”. “Se da un lato come M5S siamo soddisfatti di aver spinto la Giunta, grazie alle nostre proposte, a rendersi conto delle incongruenze che erano presenti nell’assegnazione degli alloggi – concludono Gibertoni e Sensoli – dall’altro non possiamo notare come la riforma, sbandierata come rivoluzionaria, alla fine sia sostanzialmente di stampo conservatore”.

Contrario a imporre un periodo minimo di residenza per la concessione delle case popolari il consigliere regionale Piergiovanni Alleva de L'altra Emilia-Romagna "come deciso ieri dal Pd su sollecitazione della Lega. Dal punto di vista giuridico,  quanto approvato ieri in commissione è contradditorio e cioè un requisito come quello dell’anzianità di residenza,  se si vuol ritenere che i proponenti fossero in buona fede,  sembra alludere alla necessità che colui che chiede un alloggio pubblico abbia maturato in via definitiva la decisione di vivere nel comune e il tempo trascorso dall'acquisto della residenza funzionerebbe così da indicatore. In realtà, già nella concessione della residenza è implicito un giudizio sul fatto che quella persona ha nel comune una dimora stabile e non transitoria tant’ è vero che vengono effettuate visite da parte dei vigili urbani e controlli vari", Secondo Alleva si tratta di "concezione identitaria e xenofoba tipica di una certa destra, a cominciare dalla Lega. Chiedere un termine pluriennale di già ottenuta residenza significa chiaramente dire che prima ci sono gli altri per così dire, i nativi, e che non c'è uguaglianza tra coloro che pure vivono in uno stesso ambito socio - economico e territoriale solo perché alcuni "c'erano prima" e di "inquietante valenza razzista. Il fatto impressionante però non è che la destra si muova in questo ordine di idee discriminatorio che purtroppo le appartiene, ma che esso venga condiviso anche dal Partito Democratico" che esprimerà il suo dissenso in aula "sperando che nel frattempo il Pd abbia fatto mente locale e smesso di rincorrere la demagogia razzista della destra".

Soddisfazione del consigliere regionale della Lega Nord, Stefano Bargi: "il voto ottenuto giovedì, in commissione, con l’ok del Partito Democratico ad un principio che il Carroccio da sempre giudica sacrosanto: riteniamo che i residenti storici debbanoessere tutelati  nell’accesso ai servizi, ed alle liste per gli alloggi popolari, senza che siano sistematicamente superati dagli ultimi arrivati. Crediamo da sempre che questa sia una battaglia di civiltà ed una misura di buon senso, che finalmente il Pd ha parzialmente accolto: sicuramente, in questo senso, è un fatto storico". C'è però un ma: "La nostra proposta suggeriva almeno 5 anni di residenzialità sul territorio, anche perché si tratta di un criterio già presente in altre regioni a noi limitrofe come la Lombardia e anche la Toscana (a guida PD; ndr). Alla fine, il Partito Democratico ha avanzato una sua proposta di bandiera optando per i 3 anni di residenza: peccato, è stata un’occasione sfumata per applicare un principio sacrosanto ad un servizio che dovrebbe garantire i nostri cittadini bisognosi. Era una proposta di buon senso – commenta Bargi – ma ilPd dimostra ancora una volta di voler apparire favorevole verso i principi di tutela dei nostri cittadini  (probabilmente per attrarne i voti), ma manca del vero coraggio di proporre cambiamenti sostanziali".

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