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Covid-19 e Continuità Assistenziale, studentesse amareggiate: "storia infinita"

Vorrei segnalare l'esperienza avuta da parte mia e delle mie coinquiline con la Continuità Assistenziale di Bologna, che ci ha lasciate amareggiate e prive di aiuto in una situazione d'urgenza. Abbiamo effettuato la prima chiamata lunedì, subito dopo l'orario di apertura, come ci era stato indicato dal call center attivo per il Covid-19, a seguito di un tampone rapido risultato positivo per due delle cinque coinquiline. L'operatrice che ci ha risposto si è sin da subito mostrata indisposta nei nostri confronti, suonando accusatoria e facendo supposizioni infondate sul nostro conto, accusandoci di non avere senso civico e incoraggiandoci ad uscire di casa per effettuare un tampone, nonostante la presenza di sintomi da Covid-19, con il consiglio "questa volta magari sarete più responsabili". L'operatrice ha poi chiesto i dati anagrafici alla coinquilina in linea per prenotare un tampone, salvo sostenere poi l'assenza del codice fiscale della suddetta nel registro anagrafe, nonostante il codice fiscale fosse valido e già precedentemente utilizzato per accedere a servizi dello stesso ambulatorio. Questa prima chiamata si è quindi conclusa con il consiglio di prenotare in autonomia il tampone. Nella nottata tra martedì e mercoledì la stessa coinquilina che ha effettuato la prima chiamata è andata incontro a difficoltà respiratorie tali da giustificare un'ulteriore chiamata alla Continuità Assistenziale. In questa occasione l'operatore ha invece sminuito la dispnea, imputandola ad una eccessiva emotività e ironizzando sulla situazione, sottolineando che non sentisse tracce di tosse. Siamo riuscite ad ottenere consigli pratici per alleviare le difficoltà respiratorie solo dopo notevoli insistenze. La terza e ultima chiamata, effettuata su indicazione di operatori del pronto soccorso, è stata altrettanto deludente. Dopo aver spiegato la situazione per l'ennesima volta, ancor prima di affrontare le tematiche esposte, l'operatrice è risultata infastidita dall'orario da noi scelto per la chiamata, ovvero le 5.40 del mattino, dicendo che non era l'orario adeguato per prenotare un tampone e sottolineando che lei aveva lavorato tutta la notte e che il suo turno sarebbe finito dopo due ore, risultandole difficile aiutarci, a suo dire, proprio per questo motivo. Ha poi proceduto lamentandosi del fatto che noi, studentesse fuorisede, la stessimo disturbando anziché chiamare il medico di base e accusandoci di superficialità per non aver provveduto immediatamente al cambio del medico curante e per essere positive alla malattia. In seguito a questa pesante critica, ha deciso finalmente di registrare i dati delle tre coinquiline con medico curante non in Emilia-Romagna, trovando immediatamente il codice fiscale precedentemente ritenuto "non valido" dall'operatrice della prima chiamata. Ci teniamo inoltre a sottolineare il fatto forse più grave di tutti, ovvero la mancanza di un iter ben definito da seguire dopo tampone rapido positivo, siccome ciascuno dei tre operatori ha dato informazioni diverse, persino contrastanti: durante la prima chiamata siamo state quasi "sgridate" per non essere uscite a fare un tampone, nonostante i sintomi, mentre nell'ultima chiamata ci è stata espressamente vietata l'uscita, anche per recarci a fare un tampone, con la promessa di contattare l'USCA per farci effettuare un tampone a domicilio, visto l'obbligo di isolamento. Ci teniamo a far presente questa vicenda per sottolineare che, oltre a non ricevere adeguate informazioni, ci sembra molto grave essere giudicate senza cognizione di causa, solo per la nostra giovane età, sia per quanto riguarda le nostre azioni che la nostra salute.

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