Bologna FC, Mihajlovic: "Sono qua e sarò ancora qua. Mi fa sentire vivo"

Ad un mese dal trapianto di midollo il combattente è tornato. La dottoressa Bonifazzi: "Valuteremo volta per volta la possibilità che sia presente alle partite"

Ad un mese esatto dal trapianto di midollo, il combattente è tornato, Sinisa Mihajlociv si presenta in conferenza stampa al Dall’Ara insieme ai suoi dottori e all’amministratore delegato Claudio Fenucci. Vestito con i colori del Bologna con giacca blu scuro, girocollo e basco rosso l’allenatore del Bologna è un fiume di parole e di ringraziamenti. Spiega il pellegrinaggio che ha dovuto affrontare in questi quattro mesi, le battaglie giornaliere, come gli mancasse prendere una boccata d’aria fresca, come fosse difficile rimanere chiuso in camera. Si commuove, s’interrompe diverse volte ringraziando tutto il calore che ha sentito dai famigliari, dalla città, dal personale dell’ospedale e dal mondo dello sport ma non si sottrae a tirare qualche frecciata verso la sua squadra. Ancora in dubbio è la sua presenza in campo alle prossime partite ma non agli allenamenti. Ad inizio della conferenza una sorpresa, arriva tutta la sua squadra a sostegno del proprio allenatore che scherza «fanno tutto finché non c’è bisogno di allenarsi». Il capitano Dzemaili prende per un momento il microfono "Ci sei mancato, siamo stracontenti che sei tornato speriamo di farti contento più spesso". 

"La forza la trovi dentro e dalla gente che ti vuole bene"

Sinisa racconta il suo duro percorso di questi mesi: "Il 13 luglio ho rivelato la mia malattia. Sono stati 4 mesi tosti, rinchiusi in una stanza di ospedale, con aria e acqua filtrata, il mio più grande desiderio era quello di prendere una boccata d’aria fresca. Vorrei dire a tutti i malati di leucemia che non si devono sentire meno forti, non c’è da vergognarsi ad aver paura, a piangere, a disperarsi, non devono perdere la voglia di vivere. E’ una malattia bastarda, ci vuole molta pazienza, ragionando giorno per giorno, mettendosi ogni volta nuovi obiettivi. La forza la trovi dentro e dalla gente che ti vuole bene. Ero attaccato dalle 6 di mattina a mezzanotte ai macchinari, la mia distrazione era guardare gli allenamenti, parlare con i giocatori, a volte anche incazzandomi, ma ciò mi ha aiutato molto. Prendo 19 pastiglie al giorno, ci sono certi “bomboloni” che sembrano supposte ma li prendo perché voglio uscire dall’ospedale e tornarci solo per delle visite. Mangio ma ho perso gusto. Un pezzo di carta e una bistecca non mi fanno differenza. Spero dopo questa esperienza di uscire come uomo migliore godendomi ogni minuto della giornata".

Il decorso della malattia e le cure

E’ il dottor Michele Cavo a raccontare rapidamente il percorso clinico che ha dovuto seguire in ospedale l’allenatore. "Inizialmente- spiega- ci sono stati dei segnali che hanno poi portato Sinisa a fare una visita ematologica. La diagnosi è stata di leucemia acuta mieloide, un particolare tipo di globuli bianchi vanno incontro ad arresto, maturano e proliferano senza controllo e il midollo perde la capacità di produrre globuli rossi rossi, bianchi e piastrine. Successivamente abbiamo eseguito degli accertamenti e abbiamo cercato di identificare se le cellule tumorali esprimessero proteine per tracciare l’identikit in modo da scegliere terapie mirate. Abbiamo usato farmaci efficaci ma “stupidi” che non sono cioè in grado di colpire selettivamente il bersaglio, questo è il motivo per cui abbiamo dovuto uccidere le cellule residue sopravvissute alla leucemia. Il midollo ha sospeso la sua funzione, era una situazione molto delicata".

"Il risultato dopo il primo ciclo, durato 30 giorni- continua il dottor Cavo- è stato molto positivo. Il secondo ciclo abbiamo usato gli stessi farmaci e siamo partiti alla ricerca del donatore migliore prima tra i famigliari e poi tra gli altri donatori nei registri. La scelta finale è stata un donatore da registro. Da medico, il cerchio non è ancora chiuso, siamo in una fase precoce e serve tempo per capire la risposta, le possibili complicanze che possono sopraggiungere ma siamo felici di averlo restituito a tutta la comunità. Il pregio di questa storia è stata la volontà di uscire allo scoperto e raccontare tutto, il che ha aiutato la comprensione pubblica di una malattia molto complessa. Psicologicamente lo ha aiutato il suo essere guerriero senza farsi travolgere dagli eventi. Il messaggio è che se si cade ci si può rialzare".  

A continuare nella spiegazione la dottoressa Francesca Bonifazzi che ha eseguito il trapianto. "Il trapianto di midollo osseo è l’infusione di cellule del donatore a seguito della chemioterapia per dare la possibilità a nuove cellule di ricostruire la funzione midollare e il sistema immunitario. Si fa un’importante terapia immunorepressiva. Ad un mese dal trapianto possiamo dire che c’è stato l’attecchimento e l’assenza di complicanze cliniche".  La dottoressa però avverte che "occorre cautela, i primi 100 giorni sono i più complicati e i più fragili. Il ritorno alla vita normale avverrà gradualmente, valuteremo volta per volta la possibilità che Sinisa sia presente in contesti di grande affollamento come per le partite".  

In campo "di deve dare il 200 per cento"

Dopo questa parentesi personale il mister ritorna a vestire i panni dell’allenatore, che in realtà non aveva mai tolto: "Sapevo che con la malattia avrei condizionato la squadra, la classifica, l’atteggiamento ma non volevo che questo diventasse una scusa. Mi sarei aspettato più dai miei giocatori. Speravo di vedere in campo la forza e lo spirito di sacrificio ma non l’ho sempre visto. Sono incazzato nero per risultati, per il gioco, per l’atteggiamento. D’ora in poi si deve dare il 100 per cento, anzi il 200 per cento. Dobbiamo riprendere la strada giusta. Io sono ancora qua, e sarò ancora qua. andrò avanti e quando ci potrò stare ci sarò sempre, perché mi fa sentire vivo"

"In questo cammino- conclude l’allenatore- ho conosciuto medici ed infermieri straordinari che mi hanno supportato. Loro possono capire quanto sia difficile fisicamente e psicologicamente affrontare una malattia del genere. Mi sono sentito nelle mani giuste per fare questo percorso difficile. Il dott. Antonio Curti ha trovato la cura giusta per la mia malattia. Lo chiamavo mano di cotone perché non mi faceva sentire nulla. Ringrazio anche gli infermieri che sono persone straordinarie. Senza di loro non avrei fatto questo percorso. Li ringrazierò per tutta la vita. Ringrazio tutti i tifosi, in particolare quelli del Bologna che sono stati unici e mi hanno fatto sentire come un fratello. Ringrazio la società, lo staff, i giocatori. Ringrazio gli amici più stretti, mia moglie e i miei figli, mio fratello e mia madre che vive in Serbia. Mia moglie che è stata tutti i giorni con me mi ha dimostrato un’altra volta di essere molto fortunato ad avere una donna accanto così, con più palle di me, ti amo amore".

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