Ultras Bologna e Fortitudo chiedono lo stop del campionato: “Nessuno spettacolo da portare avanti in questo momento”

Siglato documento perché il campionato non riparta a porte chiuse. Ecco le voci dalla 'Fossa dei Leoni' e dalla 'Curva Andrea Costa'

Ricominciare o non ricominciare il campionato di calcio? La lega calcio ha già deciso e cerca di fare in modo che il campionato rincominci il 13 giugno, manca solo l’ok dal governo, tuttavia molte tifoserie e gruppi ultras la pensano diversamente e anche a Bologna è così.  

Alcuni ultras della curva Andrea Costa del Bologna calcio e della Fossa dei leoni della Fortitudo hanno firmato un documento perché il campionato non riparta a porte chiuse. Il documento dal titolo “Stop football, no football without fan” è firmato da oltre 300 gruppi ultras europei tra cui la curva ovest di Ferrara, i boys 1977 di Parma, la curva Mero di Ravenna, L’S.e.m.g di Sassuolo, i quarantunozerododici di Carpi, le vecchie brigate 1975 e i Qbr 1912 di Modena, solo per citare alcuni di quelli di questa regione.  Nel documento si ritiene ragionevole pensare “ad uno stop assoluto del calcio europeo” sottolineando come “la salute pubblica sia il primo obiettivo per tutti” e si rimarca l’idea dei tifosi come “cuore pulsante” del calcio.

La voce della curva Andrea Costa

Tra gli ultras della curva Andrea Costa, sentiamo Giusy, che ci spiega come “cerchiamo di salvaguardare un settore malato da anni, sempre più condizionato da interessi economici che allontanano il calcio da essere uno sport popolare, per la gente e della gente, che non appartiene ad una logica di un’industria ma alle persone. Noi riconosciamo il calcio come un insieme di storia e di valori che appartengono alla storia italiana e che hanno un passato: dai nostri bisnonni, ai nostri nonni, ai nostri genitori e che vorremmo passasse anche ai nostri figli non con la logica clientelare di ora, ma con lo spirito reale del gioco del divertimento, del piacere della e per la gente. Noi ci crediamo ancora che il calcio debba essere interpretato in questo modo, pensiamo che non ci sia in questo momento alcuno spettacolo da portare avanti, da dover mettere in scena, perché ci sono dei morti ancora da seppellire, perché ancora ora abbiamo famiglie con malati in ospedale, che hanno subito lutti molto forti e persone che hanno perso il lavoro. Stiamo vivendo una tragedia che sembra che per il calcio possa essere superata con semplice aprire le porte, far giocare, anche senza la gente”. 
“Questo- continua Giusy-  è uno spettacolo della e per la gente, è la gente stessa. Siamo cittadini fuori e dentro lo stadio e facciamo parte di questo spettacolo. Siamo partecipi, non si può mandare avanti un carrozzone soltanto per gli interessi televisivi, soltanto per chi deve incassare i benefici economici. Abbiamo davvero voglia di festeggiare qualcosa? Di festeggiare uno scudetto? Nel basket sono stati molto più onesti, si sono chiuse le porte e basta. Abbiamo altre priorità”. Per quanto riguarda gli abbonamenti l’ultras afferma che non vogliono indietro i soldi, ma che questi siano reinvestiti per la città. Si ringrazia il Bologna per aver dato la possibilità di riscattare la propria quota, ma si preferisce lasciare tutto alla società che sta già agendo con diverse azioni di solidarietà verso la città. Per quanto riguarda invece il futuro ritorno in curva Giusy afferma che “quando sarà il momento di rientrare, e si parla del prossimo campionato dobbiamo serenamente metterci ad un tavolo e vedere come fare. Senza sottovalutare i pericoli e le condizioni per la sicurezza. Quando rientreremo, rientreremo consapevolmente ma da ultras.

La voce della Fossa dei Leoni

Il sentimento travalica il calcio, ed a Bologna è condiviso anche da tanti tifosi della Fortitudo. Seppur in questo caso il campionato sia già terminato rimane l’incognita di ricominciare il prossimo campionato a porte chiuse, anzi, a sentire l’ultras della Fossa dei Leoni “Frollo”, l’assenza di pubblico potrebbe essere ancora più sentita che nel calcio. “Chiediamo -ci dice- che questi mesi di fermo siano utilizzati per pensare al meglio le ripartenze dei prossimi campionati. Se il calcio non si ferma a ragionare e tira avanti è chiaro che si perde tempo per tutti. Le porte chiuse ammazzano la partecipazione popolare, per il basket il discorso è ancora più pesante che per il calcio poiché la pallacanestro si realizza ancora attraverso la biglietteria, oltre alle sponsorizzazioni. Il budget di molte realtà è dettato dalla biglietteria. La presenza fisica dei tifosi nel palazzetto incide molto sui soldi a disposizione della società. Diverse società potrebbero rimanere con i piedi per terra. Noi tifosi ci stiamo augurando che la campagna abbonamenti parta normalmente, perché abbiamo bisogno di mettere soldi nelle casse della nostra società perché non fallisca”.
 “Le porte chiuse ammazzano lo sport. A porte chiuse fai fatica a guardarlo, diventa davvero triste, anche per l’atleta che gioca la vicinanza del tifoso è importante, cambierebbe il suo modo di sentire la partita. quando sei a due metri dal giocatore a fare il tifo, lui si carica di adrenalina e diventa un gladiatore, un guerriero. Per quanto riguarda l’industrializzazione del basket, succede quando sei ai piani eccellenti. Noi siamo tornati in serie A e ancora l’industrializzazione non ha una presa forte sulla società, ma quelle che disputano campionati europei hanno diritti televisivi che pesano sulle società”.

Il documento condiviso dagli ultras 

Nel documento condiviso dagli ultras si critica la gestione che sta avendo il calcio europeo ritenuta troppo legata a interessi esclusivamente economici e come questi guidino anche la scelta della ripartenza. “Siamo formalmente convinti- si legge- che a scendere in campo sarebbero solo ed esclusivamente gli interessi economici e questo viene confermato dal fatto che il campionato dovrebbe ripartire a porte chiuse, senza (…) tifosi. Ci è più lecito pensare che, ancora una volta, la supremazia del denaro vada a calpestare il valore della vita umana”. Le difficoltà del sistema calcio vengono attribuite alla “mala gestione” che ha avuto in questi anni che considera il calcio più “un’industria che uno sport, dove le Pay-tv tengono sotto scacco le società alimentandole con i propri diritti televisivi, permettendo così alle società stesse di poter pagare stipendi spropositati ai calciatori e alimentando a loro volta la sete di denaro di procuratori squali, il cui unico obiettivo è quello di gonfiarsi il portafoglio”. Un sistema, concludono gli ultras, che finirà per portare alla “morte del calcio stesso”.

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Sarà davvero così? Il calcio, lo sport più seguito e amato d’italia, sta arrivando alla sua fine? Questo non è dato saperlo. Il calcio è sicuramento fonte di reddito e di sostentamento per innumerevoli persone, non solo giocatori. Ma è solo questo? E’ un’industria, un’azienda o un gioco? Questi termini, che appaiono così dissonanti tra di loro, potranno mai trovare una forma di contatto e di condivisione?

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