Il lavoro delle detenute della Dozza 'gomito a gomito' per trasformare creatività in reddito

E' in via del Gomito (l'indirizzo della Dozza) e si lavora "gomito a gomito", strette in un piccolo spazio: ecco il progetto che coinvolge le detenute della Dozza

Si chiama "Gomito a Gomito" ed è il laboratorio sartoriale del carcere della Dozza nel quale lavorano le detenute della sezione femminile: un progetto che da l'opportunità di acquisire una nuova dimensione professionale e un lavoro dignitoso e retribuito, con la speranza che questa esperienza di formazione e di lavoro possa essere sfruttata una volta tornate ad uno stato di piena libertà. A raccontarcelo bene in un'intervista è Enrica Morandi (LA VIDEO-INTERVISTA) davanti a decine di bellissime borse realizzate proprio dalle detenute bolognesi e in vendita in occasione di un mercatino (per conoscere i vari appuntamenti basta seguire la pagina Facebook di "Gomito a Gomito").

"Come stabilito anche dall'art. 27 della Costituzione, riteniamo che per le persone detenute sia importante poter impiegare il tempo in modo costruttivo e sperimentare la propria creatività e manualità, per riacquisire fiducia in se stessi; condividere entusiasmo e gioia nel lavorare assieme per raggiungere i risultati prefissati". E di creatività ce ne mettono molta le detenute della Dozza, che a giudicare dalle bellissime borse che realizzano, sono dotate anche di tanto buon gusto.

LA STORIA DEL LABORATORIO SARTORIALE ALLA DOZZA. Il laboratorio sartoriale "Gomito a Gomito" viene aperto nella sezione femminile del carcere Dozza di Bologna nel dicembre del 2010. Amministrazione penitenziaria e Cooperativa 'Siamo Qua' le parti coinvolte nello studio prima e poi nella realizzazione del progetto, con la presenza in tutte le fasi della Garante dei diritti dei detenuti, e del suo ufficio. Il nome "Gomito a Gomito" oltre alla dislocazione geografica (il carcere di Bologna si trova in via Del Gomito) fa riferimento allo spazio “ristretto” e l’affollamento vengono superati dalla contiguità quotidiana di chi entra tutti i giorni in laboratorio e anche da quelli che coadiuvano dall’esterno, in comunione di intenti.

IL RECUPERO, LA SECONDA VITA: PER I CAPI E PER LE DETENUTE. Tutti i prodotti confezionati sono legati dallo stesso filo conduttore: recuperare, attraverso idee originali e sempre nuove, materiali considerati di scarto, dandogli una seconda vita. "Tutto quello che utilizziamo - spiegano i membi dell'associazione - ci viene donato da aziende, associazioni, negozi o cittadini sensibili all'iniziativa, che in questo modo ci sostengono e ci permettono di ridurre al minimo le spese di acquisto, per concentrare il ricavato esclusivamente negli stipendi delle lavoratrici. L’attenzione che si riserva al “non spreco” e all’utilizzo di materiali non più commerciabili non è comunque una mera ricerca di risparmio, ma una politica che si vuole perseguire per tutta la conduzione del laboratorio".

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