Abusi edilizi, 'La Capannina': un 'pezzo' della storica discoteca è da abbattere

Dopo mezzo secolo di contenziosi, il locale di via San Vittore dovrà ottemperare all'ordinanza entro 90 giorni, "se ciò non dovesse accadere, al termine dei tre mesi sarà il Comune a eseguire la demolizione rivalendosi per le spese su chi ha compiuto l'abuso"

Una battaglia legale durata mezzo secolo. In base a un'ordinanza del 1979 una porzione della storica discoteca di Bologna "La Capannina" è da abbattere perchè demolita. 

Il Comune di Bologna ha proceduto a notificare alla proprietà (Giulia Srl) l'ordinanza di demolizione del 1979: il locale di via San Vittore, all'incrocio con via di Barbiano, deve ottemperare all'ordinanza entro 90 giorni, "se ciò non dovesse accadere, al termine dei tre mesi sarà il Comune a eseguire la demolizione rivalendosi per le spese su chi ha compiuto l'abuso", fanno sapere da Palazzo D'Accursio.

IL CONTENZIOSO. Nel 1966 venne richiesto un ampliamento del CRAL San Vittore, in realtà era già stato in parte realizzato, e in parte ancora da portare a termine con la previsione della demolizione dell'edificio allora esistente. La proprietà venne così autorizzata, ma con licenza provvisoria: il piano regolatore all'epoca vigente infatti non ammetteva ampliamenti, pertanto i nulla osta erano tutti precari e accompagnati dal cosiddetto “atto di sottomissione”, con il quale la proprietà si impegnava a demolire la costruzione quando il Comune ne avesse fatto richiesta. Nel 1967 la proprietà chiese un altro ampliamento, autorizzato alle medesime condizioni, cioè con una licenza provvisoria. Tra il 1968 e il 1974, in assenza o con licenze negate, vennero eseguiti lavori considerati abusivi: aumenti di superficie, lavori di sbancamento di terreno, ristrutturazioni interne. Lle opere abusive sono state verbalizzate, e ogni volta a questi verbali seguiva un'ordinanza di sospensione lavori fino all'8 febbraio del '79 quando un provvedimento dell'amministrazione comunale annullò le licenze provvisorie con due ordinanze di demolizione, così prese il via la lunga battaglia legale conclusa quest'anno: la proprietà infatti impugnò il provvedimento con un ricorso al TAR datato 28 aprile 1979. Nel frattempo, visto che l'ordinanza di demolizione non aveva avuto seguito, il Comune emanò l'ordine di demolizione coattiva il 10 settembre 1979: ed è proprio questo documento, rimasto congelato per 37 anni, a tornare oggi valido. 

TAR E SOPRAINTENDENZA. Mentre il TAR nel 1979 concesse la sospensiva arrivò la richiesta da parte della proprietà del condono edilizio per tutta la struttura (che nel frattempo era arrivata a misurare circa 450 metri quadrati), nel 1985. Un condono cosiddetto tombale, con oltre 60.000 richieste che intasano gli uffici dell'amministrazione per anni. Il condono venne rilasciato dieci anni dopo e trasmesso alla Soprintendenza che però, il 13 luglio dello stesso anno, emanò un provvedimento di annullamento dell'autorizzazione paesaggistica a sanatoria rilasciata dal Comune: “Le opere, per la loro mole e collocazione – recitava l'atto – deturpano in modo grave il quadro naturale di singolare bellezza panoramica costituito dall'area tutelata”. La proprietà a quel punto propose un ricorso al TAR contro il decreto di annullamento dell'autorizzazione paesaggistica, ricorso respinto con sentenza del 2009, confermata in appello dal Consiglio di Stato il 23 febbraio di quest'anno, atto che mette la parola fine al lungo iter giudiziario.  

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