Lavoro, la lezione del Covid e le previsioni: "A fine anno periodo più duro, bisogna trasformare debolezze in punti di forza"

INTERVISTA ALL'ASSESSORE AL LAVORO MARCO LOMBARDO. "Il diritto alla salute è diventato ora un diritto collettivo. Non possiamo più farci trovare impreparati e dobbiamo costruire la normalità di domani"

Secondo l'assessore al lavoro del Comune di Bologna Marco Lombardo l’emergenza sanitaria che abbiamo appena vissuto dovrebbe insegnarci alcune cose e sarebbe imperdonabile farsi trovare di nuovo impreparati se il virus dovesse tornare, non solo nuovamente sotto il profilo sanitario (l'ultimo bollettino Covid), ma anche sotto il profilo sociale: "Nessuno era pronto  ad affrontare una situazione drammatica di tali dimensioni e dobbiamo essere tutti consapevoli che il rischio sanitario potrà molto probabilmente essere superato solo quando verrà scoperto il vaccino. In attesa che la scienza produca risultati attendibili in tema di immunità dal contagio, il nostro compito è quello di gestire e governare il rischio di contagio, evitando che la curva ritorni ai livelli esponenziali registrati durante i mesi del lockdown. 

"Dobbiamo arrivare preparati  all’ondata di emergenza sociale ed economica che busserà alle porte del prossimo anno quando casse integrazioni e bonus non ci saranno più. Analisti e commentatori ripetono che “nulla ritornerà come prima” e che “non bisogna tornare alla normalità di prima, perché la normalità di prima era parte del problema”. Tutto vero. Ma come costruire la “nuova normalità” di domani?"

E lavoro resta infatti fra i temi più preoccupanti sul quale è necessaria una riflessione importante che tocchi i temi del rischio contagi e della giustizia sociale, le condizioni di tutela di alcune categorie più deboli dal punto di vista dei diritti. Mentre a Bologna, dopo il focolaio di Bartolini ci si sta concerntrando sull'Interporto, il tasso sui licenziamenti oggi è fra i più bassi di sempre come effetto del rispetto del divieto di licenziare (il decreto "Cura Italia" ha sospeso i licenziamenti collettivi e individuali per giustificato motivo): "Il dato è positivo, ma nasconde un grande pericolo. Una montagna. Una volta superata la fase più acuta infatti saranno a mio avviso circa 20 mila i lavoratori a rischio con alcune categorie più sfavorite di altre. Pensiamo ai contratti a tempo determinato a scadenza per esempio. Pensiamo alle piccole aziende, che sono quelle che temono di più. Non bisogna abbassare la guardia" spiega Lombardo. 

L'analisi di Lombardo. Ecco le tre lezioni da imparare dall'emergenza a tema lavoro

"Limitando l’analisi delle mie osservazioni alla dimensione urbana ed ai temi del lavoro e del tessuto economico della Città di Bologna - prosegue Lombardo vorrei partire da quelle che io considero 'tre lezioni' che dovremmo imparare dalla pandemia per provare ad indicare alcune delle traiettorie possibili per costruire la 'nuova normalità' di domani". Dove il domani è il momento nel quale le casse integrazioni saranno esaurite e i bonus sospesi, visto che non possono durare per sempre". 

"Il diritto alla salute dal Covid in poi è diventato collettivo. E' un nodo che viene al pettine" 

1. La pandemia dovrebbe insegnarci che nessuno può farcela da solo 

"Vale per gli Stati, vale per le Regioni, vale per i Comuni. L’assenza di cooperazione tra i diversi livelli istituzionali è stata drammaticamente evidente nella fase dell’emergenza sanitaria. La teoria delle “immunità di gregge” autorevolmente portata avanti da scienziati, opinion leaders e decisori politici si è via via sciolta come neve al sole: l’epidemia da Coronavirus ha inesorabilmente travalicato i confini nazionali, diffondendosi in tutti i continenti, fino a trasformarsi in pandemia. Se invece di guardare distrattamente i dati che arrivavano da gennaio sui contagi in Cina avessimo avuto informazioni immediate e precise da parte delle autorità sanitarie cinesi o dall’OMS, probabilmente avremmo avuto molte più chances di salvare vite umane in altri continenti. Se l’Unione europea avesse adottato procedure uniformi sui tamponi e sul tracciamento dei contagi probabilmente avremmo potuto contenere il numero dei decessi. Se l’amministrazione Trump invece di additare il Covid19 come “foreign virus” avesse adottato immediatamente le misure di lockdown per il contenimento del contagio, gli USA non sarebbero risultati il Paese con il più alto numero di decessi da Coronavirus in tutto il mondo. Potrei continuare con questi esempi, ma la storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Tuttavia da tutto questo dovremmo trarre un’importantissima lezione per il futuro. Nessuno può essere immune finché tutti non saremo immuni. Quindi non è importante chi esce per primo da questa situazione, ma come accompagnare l’ultimo ad uscirne. 
Questo vale per l’emergenza sanitaria, ma vale anche per l’emergenza economica e sociale. 

Quando la crisi economica del 2008 attraversò i confini d’oltreoceano diventando recessione economica globale ci sono voluti 10 anni per riprendersi, con livelli di crescita molto diversi tra i grandi player mondiali che hanno rafforzato la potenza economica cinese e ridisegnato la geopolitica internazionale.
Quella era una crisi essenzialmente finanziaria. Quella che stiamo per attraversare invece sarà una crisi essenzialmente produttiva, causata non solo dal lockdown, ma anche dal fatto che la ripresa delle attività non comporterà la ripresa automatica dell’economia. 
Dal lato economico, si stima che il tessuto produttivo dell’area metropolitana bolognese avrà un rischio di default del 10% delle attività economiche. Ma quali saranno le imprese e le attività economiche più in difficoltà, quelle che rischieranno di chiuderle? Come poterle accompagnare in questa difficile fase di transizione? 

Dal lato occupazionale, si stima il rischio di perdere 1 milioni di posti di lavoro a livello nazionale e 20.000 posti di lavoro nell’area metropolitana bolognese. Quali sono i lavori che rischiano di più? Come poter mettere in campo degli strumenti che possano far fronte a questa ondata di nuovi disoccupati?
La dimensione delle nostre imprese e dei nostri livelli municipali è troppo piccola per affrontare questo tornante della storia. Se vogliamo intercettare la curva della ripresa mondiale, che ci sarà, dobbiamo arrivare preparati dal punto di vista produttivo e istituzionale. Un tessuto economico fatto di 38.000 imprese di cui oltre 16.000 (quasi il 50%) risultano ditte individuali non è ottimale per intercettare la curva della ripresa economica. Questo è il momento di favorire fusioni tra micro-imprese, cluster di innovazioni, per ridurne il numero complessivo, ma aumentarne la resilienza, la capacità di assorbimento dell’onda d’urto e la capacità produttiva. Analogamente, solo un’area metropolitana di carattere europeo e di vocazione internazionale con un milione di abitanti può disegnare politiche industriali al livello urbano, individuando le  (poche ma precise) priorità di sviluppo, a partire dalle vocazioni industriali del territorio di oggi (packaging, meccatronica, manifattura, solo per citarne alcune) e quelle di domani (hub dei big data, economia circolare, transizione alla produzione della mobilità elettrica). Se pensiamo di poterne uscire prima e meglio come singole municipalità ci accorgeremo che i Comuni dell’area metropolitana bolognese avranno più difficoltà del Capoluogo. Non tutti i Comuni possono godere della situazione di avanzo di bilancio di 60 milioni di euro di cui disponeva il Comune di Bologna, prima che arrivasse la tempesta del Covid. Nemmeno il capoluogo di Regione può immaginare di avere una proiezione internazionale avulsa dal contesto di sviluppo regionale. In breve. Nessuno ne esce da solo".   

2. Il virus colpisce tutti ma non colpisce tutti allo stesso modo.

"Tale realtà è drammaticamente emersa allorquando si è constatato che un elevato tasso di mortalità ha riguardato determinate zone geografiche del Paese (Lombardia, in primis) colpendo più duramente alcune fasce della popolazione (gli anziani, in primis). Al di là del riprovevole modo in cui parte del dibattito pubblico ha stigmatizzato gli over 80, come se fosse una “colpa” essere anziani, il modello di gestione delle CRA è finito sul banco degli imputati e costringerà (mi auguro) ad un generale ripensamento dei modelli organizzativi socio-sanitari rivolti agli anziani. Ciò fa parte di quella “sfida della longevità” che i numeri dell’ufficio statistico del Comune di Bologna già lanciavano come monito per l’agenda politica urbana prima dello scoppio della pandemia e che, purtroppo, sono stati confermati dal passaggio del Coronavirus. 
Se ciò è fondato in relazione all’analisi dell’impatto sull’emergenza sanitaria, rischia di essere ancora più vero in relazione al futuro impatto sul lato dell’emergenza economica e sociale. 
La difficile ripresa delle attività colpisce (quasi) tutti, ma non colpirà tutti allo stesso modo. 
Ci sono categorie di imprese e di lavoratori che rischiano di essere più duramente danneggiate. Questo significa che aumenterà il rischio di avere nuove forme di diseguaglianze ovvero che rischierà di aumentare il solco delle diseguaglianze già preesistenti. Quali sono le categorie che rischieranno di più? Come poter intervenire per impedire l’aumento delle diseguaglianze?

Per di rispondere a questi interrogativi vorrei fare un passo indietro. Prima del lockdown, i dati statistici di marzo avevano evidenziato risultati record sull’occupazione nell’area metropolitana bolognese. Avevamo raggiungo il 4,4% del tasso di disoccupazione nell’area metropolitana con addirittura il 3,3% nel Comune di Bologna. Di gran lunga il dato occupazionale più alto d’Italia. Non solo. Il tasso di occupazione femminile era salito al 68% con una riduzione di 10 punti del gender gap tra occupazione maschile e femminile. 

Sia chiaro: non è tutto oro quel che luccica. Un’analisi quantitativa dei dati occupazionali non può prescindere da un’analisi qualitativa degli stessi. Quei dati infatti non restituivano il livello di precariato, di finti autonomi e finte partita IVA che esistono nel nostro tessuto economico e sociale. Non a caso, per orientare il modello verso la filiera del valore, avevamo recentemente approvato con le forze economiche e con le organizzazioni sindacali un nuovo protocollo appalti per bandire il ricorso al massimo ribasso e favorire l’offerta economicamente vantaggiosa, con una rafforzamento delle clausole sociali (di protezione e di premialità) a tutela dei lavoratori fragili, in caso di cambi di appalto. 

Questo era il contesto nel quale ci trovavamo prima del Covid. Ed oggi? 

Come nella fase del lockdown abbiamo imparato che per misurare l’efficacia delle misure restrittive adottate dal governo ovvero per vederne gli effetti sulla curva dei contagi occorreva aspettare 14 giorni, così oggi dobbiamo essere consapevoli che sarà necessario aspettare il prossimo anno prima di poter avere stime precise sugli impatti in termini di perdita di posti di lavoro e di chiusura di imprese. 
I numeri sull’aumento della cassa integrazione straordinaria ci dicono che in pochi mesi abbiamo già superato il numero complessivo di ore utilizzato durante la fase più acuta della recessione del 2012, ma tali dati rischiano di essere fuorvianti perché molti di quei numeri risentono della chiusura forzata delle fabbriche durante il lockdown. 
Per fare un paragone con gli Stati Uniti, nel solo mese di aprile sono stati bruciati 20 milioni di posti di lavoro. Il rimbalzo positivo del mese di giugno è parte dell’assorbimento di quella quota di quei posti persi.   
Noi viviamo ancora questa fase di sospensione perché il nostro sistema ha messo in atto uno scudo protettivo a tutela del sostegno al reddito (cassa integrazione ordinaria e straordinaria, reddito di emergenza, etc) ed a tutela dei posti di lavoro (divieto di licenziamento fino al 31 agosto, salvo proroghe).

Per questo il caso della FIAC di Pontecchio Marconi è stata una battaglia emblematica per il nostro territori. Immediato è stato l’intervento delle istituzionali locali a sostegno delle lotte dei lavoratori per esprimere contrarietà rispetto al piano di trasferimento, deciso unilateralmente dall’azienda e dalla multinazionale svedese AtlasCopco, senza accordo con le organizzazioni sindacali. Di fatto, chiedere ai lavoratori di trasferirsi dall’oggi a domani a Torino, rischiava di creare un pericoloso precedente perché un tale tipo di trasferimento equivale sostanzialmente all’aggiramento del divieto di licenziamento, previsto dalla normativa vigente. Se questo succede oggi, in pendenza della normativa sul divieto di licenziamento, pensiamo solo a cosa può succedere allorquando la norma cesserà di essere in vigore. Il nostro impegno comune deve essere la salvaguardia dei nostri siti produttivi e la tutela dei posti di lavoro, nella consapevolezza che bisogna sostenere le imprese che hanno subito danni economici importanti a causa lockdown dovuto alla pandemia, ma nella presa di coscienza che il lockdown non può diventare un alibi per ridurre le tutele dei lavoratori. 
Tornando al tema del rischio di aumento delle diseguaglianze nel post-covid, ritengo che ci siano alcune categorie di lavoratori che rischiano di essere più duramente colpite dalla prossima crisi. Sono le donne, i giovani, i disabili, i migranti. Proverò a suffragare questa ipotesi con qualche breve riflessione.  

DISEGUAGLIANZE E COVID: I RISCHI PER I LAVORATORI MIGRANTI 

Durante il lockdown abbiamo verificato che esistevano alcune categorie di attività (le famose attività che rientravano nell’allegato I del DPCM del 8 marzo) che sono rimaste aperte perché considerate strategiche ed essenziali alla comunità. Tra queste, per ragioni di tempo e di spazio, mi sia consentito di limitare la riflessione a due soli campi: la logistica e la filiera agroalimentare. 
Come si può, da un lato, riconoscere la strategicità di questi due importantissimi comparti produttivi e, dall’altro, non riconoscere che in questi ultimi anni si sono drasticamente abbassate le condizioni di tutela e di regolarità di chi vi lavora? Sono settori ad alta intensità di manodopera dove è molto alto il tasso di presenza di lavoratori stranieri. Ce ne siamo accorti laddove si è aperta la discussione pubblica che ha portata ad una (parziale e incompleta) regolarizzazione dei braccianti, senza comprendere fino in fondo che non si trattava di una scelta di sicurezza alimentare, ma di una scelta di civiltà!
E’ ipocrita collegare il rifiuto della sanatoria ai lavoratori irregolari rispetto ad una presunta difesa degli interessi dei lavoratori italiani. Se non usciamo da questa eterna guerra tra poveri finiremo per distrarci rispetto all’unica vera guerra che dovremmo intraprendere: quella contro la povertà.
L’esercito degli irregolari migranti abbassa le condizioni di qualità di lavoro per tutti (italiani inclusi).
Non vale solo per i braccianti nell’agricoltura, ma vale per le colf ed i badanti nei servizi alla persona, vale per gli operatori della logistica e così via. 
Non si tratta di favorire chi vive nell’illegalità;  si tratta di promuovere la regolarità contrattuale, la sicurezza sul lavoro, la convenienza fiscale. 
In pendenza di irregolarità nelle forme del lavoro o di catene di subappalto che finiscono per non garantire le condizioni minime di sicurezza dei lavoratori, i migranti rischiano di diventare “carne per il contagio del Covid”. Quello che è recentemente successo al caso della cooperativa in subappalto che gestiva le attività di magazzino per conto della Bartolini, società di logistica tra le più importanti del nostro Paese, deve suonare come un grave campanello d’allarme.  In presenza di deboli condizioni contrattuali sul lavoro e di un elevato bisogno di lavorare per avere un reddito che consenta di vivere dignitosamente, è più alto il rischio di inosservanza delle misure di sicurezza anti-covid nei luoghi di lavoro. Il contact tracing svolto dall’ASL, in collaborazione con la Prefettura e con il Comune di Bologna ha consentito un immediato tracciamento di un focolaio di oltre 100 contagi, ma il rischio che la vicenda possa ripetersi nei prossimi mesi è molto alto. Per questo i migranti che lavorano in condizioni irregolari ovvero in cooperative nella catena dei subappalti della logistica, dell’agroalimentare, delle pulizie rischiano di essere i più esposti al rischio di nuovi focolai del contagio da Covid19. 

DISEGUAGLIANZE E COVID: I RISCHI PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

Le diseguaglianze nel mercato del lavoro italiano si possono misurare, dal punto di vista di genere, sulla base di tre parametri: il divario tra occupazione maschile e femminile, il gender gap ovvero il diverso livello di retribuzione a parità di lavoro svolto, la più alta difficoltà per le donne a raggiungere i vertici ed i ruoli dirigenziali. 
La fase 1 (lockdown) e la fase 2 (ripresa delle attività) rischiano di approfondire il solco di queste diseguaglianze di genere. In primo luogo perché le attività che sono rimaste aperte durante la fase di lockdown prevedevano un impiego maggioritario di manodopera maschile. 
Le donne hanno potuto lavorare per lo più attraverso lo smart-working. 
Nella fase del lockdown, il lavoro agile è stato per molte lavoratrici e molte imprese l’unico modo possibile di garantire la continuità aziendale. Tuttavia, bisogna stare molto attenti a non confondere il lavoro agile ordinario con il lavoro agile straordinario che abbiamo sperimentato, nella grande maggioranza dei casi per la prima volta, durante la pandemia. Il lavoro agile straordinario nasce da uno stato di necessità, non da una libertà di scelta che è alla base del lavoro agile ordinario.
Il lavoro agile non è il lavoro da casa (home-working) come modalità di esecuzione della prestazione lavorativa da remoto: è un cambio culturale di organizzazione del lavoro e dell’attività di impresa finalizzato al raggiungimento degli obiettivi ed alla valutazione della performance.
In breve, quello che abbiamo visto nella fase1 non è stato vero smart-working; è stato semmai un lavoro emergenziale (extreme-working).
Pur tuttavia, il Covid è stato una palestra di lavoro agile ed ha determinato una forte accelerazione del ricorso al lavoro agile nelle aziende private e nella pubblica amministrazione.
Chi aveva già beneficiato di attività di sperimentazione dello smart-working è risultato avvantaggiato rispetto a quanti si sono ritrovati per la prima volta catapultati nel mondo del lavoro agile, senza adeguata formazione. 
Il Comune di Bologna aveva avviato il lavoro agile come sperimentazione con il progetto Vela ed aveva avviato, in collaborazione con il Dipartimento di Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un tavolo “Smart-BO” cui oggi aderiscono più di 50 organizzazioni (pubbliche e private che rappresentano 160.000 lavoratori) con l’obiettivo di favorire un salto di qualità nella maturità organizzativa del lavoro agile, consolidando le esperienze, condividendo la conoscenza delle buone pratiche perché diventi patrimonio di tutti e interconnettendo le competenze.
La chiave della sostenibilità (ambientale, economica, sociale) deve diventare il fondamento del lavoro agile ordinario, sincronizzando i tempi di vita della città ai tempi di vita delle persone.
Da una fase sperimentale, il lavoro agile deve entrare in una fase ordinaria.
Prima del Covid19 il 2% delle persone in Italia lavoravano in modalità di lavoro agile, a fronte di utilizzo del lavoro agile nel resto dell’Unione europea che si attestava intorno al 10%. Durante la chiusura delle attività si sono toccate punte dell’80% di ricorso al lavoro agile. A mio avviso, non bisogna tornare ai livelli pre-Covid, ma è insostenibile anche continuare con tassi di utilizzo così alti. A settembre, quando finalmente riapriranno le scuole, un obiettivo equilibrato di utilizzo dello smart-working potrebbe attestarsi intorno al 20% ed andrebbe accompagnato ad un percorso di formazione sul corretto utilizzo del lavoro agile, come promosso dal Tavolo SmartBO.
Il lavoro agile è uno strumento che ha grandi potenzialità per il miglioramento della produttività dei lavoratori e per la riduzione dell’inquinamento connessa agli spostamenti tra casa e luogo di lavoro, ma non è esente da rischi (la tutela della privacy, il trattamento dei dati personali) e può fungere da acceleratore di diseguaglianze.
Pensiamo, per esempio, a come possa cambiare la produttività di un lavoratore in funzione della disponibilità della rete di connessione. La velocità della rete cambia da Nord a Sud, ed all’interno dello stesso territorio, varia tra il centro e la periferia, tra le mura cittadine e la zona di montagna. Per questo è necessario prevedere un diritto di connessione che possa ridurre le diseguaglianze del digital divide. Allo stesso modo, lavorare fuori dall’ufficio non significa dover essere sempre reperibili e pronti a lavorare: il “diritto di disconnessione” deve servire ad evitare la disponibilità permanente al lavoro. Questi sono solo alcuni dei rischi che meritano di essere affrontati nella prospettiva della “sicurezza del lavoro agile” con il supporto di esperti e psicologi. 
Con particolare riguardo al tema delle donne, bisognerebbe evitare che siano le lavoratrici a dover ricorrere più frequentemente al lavoro agile, non per una libera scelta, ma per una necessità dovuta al fatto che restando a casa potrebbe gravare di più su di loro il peso della cura della famiglia. Sono rischi che abbiamo già avuto modo di sperimentare durante il lockdown, anche a causa della chiusura delle scuole, e che dobbiamo cercare di non ripetere nei prossimi mesi.
Rispetto al rischio della recessione economica ed alla conseguente contrazione della forza lavoro si tratta di evitare che siano le donne la parte più penalizzata dalla crisi economica. Del resto, molti datori di lavoro pensano che la maternità possa rappresentare un problema di produttività. In realtà, i numeri del nostro territorio ci raccontano un’altra storia: più è alto il tasso di occupazione femminile, più è alto di tasso di produttività.
Semmai, le politiche attive per garantire la sicurezza del posto di lavoro per le giovani donne, il welfare aziendale nelle contrattazioni integrative di secondo livello, il vero smart-working, il sistema educativo sono leve fondamentali per creare e sostenere una famiglia.

DISEGUAGLIANZE E COVID: I RISCHI PER LE PERSONE CON DISABILITA’

Le persone con disabilità sono state duramente colpite dalla crisi e sono risultate per lo più invisibili al dibattito pubblico, con la inevitabile conseguenza che la loro cura è ricaduta essenzialmente sui familiari. A partire dalla (mancanza di) accessibilità delle comunicazioni istituzionali relative alle ordinanze restrittive per arrivare all’esclusione delle persone con disabilità grave dalla fruizione della didattica digitale a distanza, il mondo della disabilità è stato trascurato dalla politica. Come amministrazione locale abbiamo cercato di porre in campo tutta una serie di azioni a sostegno della disabilità tra cui la consegna della spesa a domicilio attraverso il progetto l’Unione fa la spesa, la sottoscrizione di un protocollo con la scuola, le associazioni sulla disabilità, i familiari e le organizzazioni sindacali per favorire forme di didattica in presenza, nel rispetto delle misure di sicurezza, la traduzione degli atti amministrativi restrittivi delle libertà personali con la LIS e la sottotitolatura, la co-progettazione di un percorso partecipato per la candidatura di Bologna al premio europeo dell’accessibilità. Tali azioni di sostegno al mondo della disabilità sono state per lo più suppletive rispetto alla gravi lacune del governo nazionale. Per le persone con disabilità, non poter svolgere attività didattiche a distanza non significa solo perdere il bene della relazionalità con i compagni di classe e non poter avere continuità del servizio educativo; significa, soprattutto per i casi più gravi, avere regressioni comportamentali che compromettono il delicato equilibrio psico-fisico loro e dei nuclei familiari. 
Con particolare riferimento al tema del lavoro, la chiusura dei centri diurni e l’interruzione dei percorsi formativi finalizzati agli inserimenti lavorativi può determinare una maggiore difficoltà per le persone disabili di trovare un lavoro, nel contesto di crisi economica che ci apprestiamo a dover fronteggiare. Anche rispetto al tema dello smart-working se, da un lato, questo può essere un fattore abilitante per consentire la continuità lavorativa delle persone con disabilità, dall’altro lato, ritengo che non debba diventare un alibi per confinare i lavoratori con disabilità nel lavoro da casa, senza ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa per adeguare gli spazi di lavoro dentro le aziende ai temi dell’accessibilità per favorire gli accomodamenti ragionevoli. Questo rischio potrebbe essere opportunamente evitato se il lavoro agile si configurasse non solo come un accordo tra le parti, ma come un vero e proprio diritto per le persone con disabilità, in modo da attribuire al lavoratore stesso la possibilità di chiederne l’esercizio attraverso l’attivazione del lavoro agile o scegliere di lavorare in azienda. 

DISEGUAGLIANZE E COVID: I RISCHI PER I GIOVANI

Un Paese che riapre le discoteche prima delle scuole è un Paese che non ha futuro. 
Con il dovuto rispetto per i gestori delle discoteche e con il riconoscimento di quanto siano importanti momenti ludici e ricreativi che possano favorire forme di aggregazioni dei giovani, specialmente dopo momenti di restrizione delle libertà personali così prolungate, ma il messaggio culturale che stiamo offrendo alle nuove generazioni rischia di essere devastante. Indirettamente stiamo dicendo ai nostri ragazzi che ora è arrivato il tempo di distrarsi. Per tornare a scuola e studiare in classe con i propri compagni, ci sarà tempo.
Questa indeterminatezza e sospensione che stiamo lasciando ai giovani rischia di avere ripercussioni sul piano della loro crescita umana e professionale. E’ del tutto evidente che in una fase di recessione economica non ci saranno spazi nel mercato del lavoro per determinare un ringiovanimento della nostra forza-lavoro. Già prima del lock down il nostro Paese era agli ultimi posti per età media della forza lavoro, registrando quanto sia difficile per i giovani entrare nel mondo del lavoro. Ora rischia di esserlo ancora di più. Per evitare forme di discriminazioni nell’ingresso del mercato del lavoro che possano essere pervasive soprattutto nei confronti dei giovani è necessario intervenire sulla costruzione di ponti tra la scuola ed il lavoro, anche superando l’idea stessa di alternanza scuola-lavoro, e costruire uno statuto dei lavoratori digitali, a partire dall’esperienza della Carta di Bologna sui diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano. Un’esperienza particolarmente innovativa che è stata adottata durante il lockdown è quella del progetto Classroom 3.0. Il Comune di Bologna insieme ad EON Reality (azienda californiana leader mondiale nei sistemi di AR e VR), Istituto Aldini Valeriani, Fondazioni Aldini Valeriani, Fondazione Corazza hanno lanciato il primo ecosistema digitale in Italia per garantire la continuità dei percorsi formativi nella scuola attraverso l'utilizzo delle tecnologie immersive 3D, con un focus specifico su assistenza da remoto e formazione a distanza. 
Il progetto pilota avrà durata biennale e coinvolgerà progressivamente tutto l'Istituto Aldini Valeriani per innovare la didattica della scuola digitale, attraverso l'utilizzo della realtà aumentata e della realtà virtuale per favorire l’interattività ed il potenziamento della memoria muscolare.
Oltre alla parte relativa alla formazione degli insegnanti ed alla didattica digitale, il progetto si propone di promuovere la continuità dei processi produttivi (business continuity) delle imprese attraverso l'utilizzo della tecnologica immersiva per l'ottimizzazione dei processi produttivi da remoto, in osservanza di regole di distanziamento fisico, e per il miglioramento della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Al di là di qualche lodevole iniziativa da parte dei singoli istituti scolastici e professionali è il livello di indeterminatezza che rischia di lasciare la cicatrice più grande nelle giovani generazioni.
“Si sta come nella bassa d’inverno, nella NEBBIA”.
Ricordo questa risposta da parte di un intervistato alla presentazione del Rapporto 2019 #ITIaBologna sulla Cultura tecnica e mondo del lavoro. 
La risposta era rispetto alla domanda sull’idea di futuro. Non dobbiamo mai dimenticarci che i nostri ragazzi sono la benzina e l’energia per accendere i motori della crescita. Gli investimenti nel capitale umano devono essere non meno importanti degli investimenti in tecnologia.
Fiducia nel futuro, coraggio di osare, voglia di mettersi in gioco: questo é quello che servirebbe più di ogni cosa nel dibattito pubblico per non addossare ai giovani le preoccupazioni delle generazioni che le hanno precedute e restituire fiducia alle giovani generazioni per fargli vedere la luce del sole. Oltre la mascherina. Oltre il distanziamento fisico. In breve, oltre la nebbia. 

3. La pandemia dovrebbe insegnarci a fermarci a riflettere prima di agire

L’impreparazione alla crisi che abbiamo attraversando si può plasticamente riassumere nello slogan “L’Italia non si ferma” e nelle sue declinazioni territoriali (da “Milano non si ferma” in giù, lungo tutto lo Stivale). Uno dei più clamorosi epic fail della comunicazione che però sottende una incapacità ben più grave e profonda. Siamo incapaci di fermarci. E’ un’incapacità culturale. Siamo perennemente protesi all’azione, più che al pensiero ed alla riflessione. Alla luce dei fatti, penso si possa ragionevolmente affermare che ogni giorno perso nel ritardare il fermo produttivo delle attività non essenziali del Paese abbiamo determinato un ritardo nella “ripartenza” economica e sociale ed abbiamo aggravato il bilancio dei decessi.
“Prima ci fermiamo, prima ripartiamo”. La capacità di isolare i focolai, tracciare gli asintomatici, garantire l’osservanza ed i protocolli di sicurezza sul distanziamento fisico e sul corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale sarà fondamentale per gestire il rischio di contagio nei prossimi mesi. La vicenda del focolaio alla Bartolini non è che il primo di una serie di campanelli d’allarme. Sono le persone asintomatiche ad essere il “taxi” del contagio; sono le persone che lavorano a costituire un pericolo per il veicolo del contagio nei luoghi di lavoro. 
Questo dovrebbe invitarci a cogliere questa lezione della storia per trasformare le nostre debolezze in punti di forza. Un esempio per tutti: la sicurezza sul lavoro.
La sicurezza del lavoro è un’emergenza strutturale del nostro Paese.
Ogni giorno muoiono 3 persone per incidenti sul lavoro 
Durante l’emergenza del Coronavirus, il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro si è arricchito di un nuovo elemento: il rischio di contrarre il coronavirus.  
Il Governo con il DPCM dello scorso 23 Marzo ha stabilito il fermo produttivo per le imprese che non rientrano nelle filiere strategiche previste dall’Allegato I o nelle attività funzionali alle attività economiche essenziali.
Come si può garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro nelle aziende che continuano a rimanere aperte? Se allarghiamo lo sguardo a chi ha già attraversato la crisi in Cina, ad Hong Kong e Singapore, vedremo che le aziende hanno continuato a lavorare, rimodulando le attività produttive attraverso i piani operativi di continuità (POC). Alcune grandi aziende italiane che avevano contatti con quei Paesi l’hanno già fatto da tempo. Altre lo stanno facendo. Le piccole imprese rischiano di essere quelle più impreparate. L’accordo tra Governo e parti sociali sulla sicurezza costituiva una buona base di partenza, ma aveva bisogno di essere “messa a terra sui territori” per entrare nei luoghi di lavoro. Per questo ho raccolto con favore l’invito di alcuni parlamentari di avviare i tavoli territoriali sulla sicurezza del lavoro, a partire dall’area metropolitana di Bologna.
Lunedì 7 Marzo è stato avviato il “Tavolo metropolitano per la sicurezza sui luoghi di lavoro”.
Un “progetto pilota” al livello nazionale che parte dall’area metropolitana di Bologna per tre motivi:
1) un lavoro di squadra tra livelli istituzionali (locale, regionale, nazionale), tra parti sociali, che riconosce la concertazione e la relazioni con i corpi intermedi come strategico per la programmazione della fase di allentamento delle restrizioni;
2) la necessaria interconnessione tra diversi settori produttivi e diverse competenze (sanitarie e non), capaci di coniugare la semplificazione dell’iter per la prosecuzione delle attività produttive con la massima garanzia per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro;
3) la consapevolezza che, accanto alla funzione operativa di “messa a terra” nei diversi settori produttivi dell’Accordo del Governo dello scorso 14 marzo, era necessario dare una prospettiva culturale al tema della sicurezza nelle aziende.
Gli obiettivi del tavolo sono due: uno operativo, di “messa a terra” dell’Accordo del Governo con le parti sociali del 14 Marzo al livello territoriale e settoriale. Un’attività di monitoraggio e ricognizione delle misure adottate per rispettare le disposizioni previste nell’accordo sulla sicurezza. Portare l’Accordo dentro le aziende. 
Uno più culturale. Far diventare la sicurezza nei luoghi di lavoro che è sempre stata un’emergenza strutturale del nostro sistema Paese come una condizione per la ripartenza. Non poteva essere la semplice catalogazione dei codici Ateco il criterio per programmare la riapertura delle attività produttive, ma doveva essere la garanzia che la continuità delle attività produttive potesse avvenire nella garanzia di adeguati livelli di protezione per l’ambiente e la salute nei luoghi di lavoro. 

I tavoli territoriali, coordinati da un Tavolo nazionale, con la presenza delle parte sociali, dei livelli istituzionali competenti (istituzionali locali, INAIL, ASL, Ispettorato del Lavoro) possono svolgere una funzione di “validazione” per semplificare (attraverso l’elaborazione delle check list per ogni filiera produttiva) ed accelerare la fase della ripresa, nel rispetto dei piani operativi di continuità.
Le esperienza dei Paesi che hanno affrontato la fase dell’allentamento delle restrizioni prima dell’Italia (Singapore, Corea del Sud, Hong King, Cina) hanno costituito utili parametri di riferimento per comprendere come i test seriologici, il distanziamento fisico, il tracking, la tecnologia può consentire una gestione del rischio, senza che l’apertura delle attività produttive possa determinare un rimbalzo del contagio.
Le verifiche ed i controlli nei luoghi di lavoro stanno dimostrando che le misure di sicurezza adottate dalle aziende del nostro territorio, in accordo con le organizzazioni sindacali, stanno funzionando.

L’Ispettorato territoriale del Lavoro ha svolto oltre 1200 attività di verifiche, con accessi nelle aziende anche sulla base di segnalazioni: al momento, ci sono stati solo pochi casi riscontrati di irregolarità o di violazioni delle norme di sicurezza prescritte nei protocolli. Questo significa che la stragrande maggioranza delle imprese del nostro territorio hanno dimostrato grande senso di responsabilità nell’adeguare la propria organizzazione interna alle misure di sicurezza previste nei protocolli. Tuttavia, nelle filiere produttive dove si verifica un abbassamento delle condizioni di tutela dei lavoratori (subappalti nella logistica, lavoratori irregolari nella filiera agroalimentare o nelle pulizie) ci può essere un aumento significativo del rischio di contagi. 
Per questo motivo, il tavolo metropolitano sulla sicurezza ora deve trasformarsi in un osservatorio permanente per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Non basta scriverle le regole se non si riesce ad essere attenti e scrupolosi nel farle rispettare. La sinergia tra la scrittura delle check-list nel tavolo metropolitano sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e le attività di ispezione e controllo fatte dalle autorità funzionali (Asl, Ispettorato del lavoro) sono fondamentali per garantire la ripartenza in sicurezza. Dobbiamo essere tempestivi nell’intervento per tracciare, isolare e confinare un focolaio di contagi. Non possiamo permetterci di procedere a singhiozzo con aperture e chiusure, ma la sicurezza nei luoghi di lavoro deve diventare un bene comune di tutti.
Trasformare le nostre debolezze in punti di forza.  Questo dovremmo provare ad imparare dalla pandemia.
La cooperazione tra i livelli decisionali, la riduzione delle diseguaglianze, il miglioramento della sicurezza sul lavoro possono farci uscire come una società del lavoro più giusta.  
Se davvero non vogliamo tornare alla normalità di prima perché la consideriamo parte del problema e non della soluzione dobbiamo impegnarci tutti insieme a cambiare il senso di marcia. Proviamo ad orientare la produzione del nostro territorio alla filiera del valore, prima ancora che al profitto. Proviamo a contrastare la precarietà nel lavoro povero ed il caporalato tradizionale e digitale. Proviamo a passare dal Patto per il lavoro ad un nuovo Patto per la buona occupazione. Proviamo a costruire una società del lavoro più giusta, meno diseguale e più coesa. Non sprechiamo questa possibilità".

In Evidenza

I più letti della settimana

  • Sfida alla crisi e solidarietà: "Investiamo nei nostri hotel per il post-Covid e regaliamo letti"

  • Chef Max Poggi, dal delivery benefico ai consigli in cucina: "Il Covid non è colpa di nessuno, metterà al centro il cliente"

Torna su
BolognaToday è in caricamento