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Coronavirus, un giro tra negozi e ristoranti cinesi. Una studentessa: "Mi chiamano come il virus" | VIDEO

Anche a Bologna si fa sentire l'effetto psicosi: le attività commerciali fanno i conti con un calo della clientela

 

Liu vive a Bologna da due anni e studia Medicina all'Alma Mater e in questi giorni, racconta, le è capitato di essere derisa perché cinese. "Mi chiamano coronavirus, ma io non sono un virus, sono qui, non vado in Cina da quattro mesi e mi dispiace sentire queste cose. Inoltre, aggiunge, il virus non si trasmette attraverso il cibo". 

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Chao Zeng, che dagli amici italiani si fa chiamare Federico, invece lavora come chef nel ristorante 'Amole' di via Malcontenti. "Da quanto tempo non torno in Cina? Cinque anni – ci dice – ma devo dire che non mi sento discriminato. Non c'entra niente il cibo, non c'entrano niente i ristoranti cinesi. Chissà, magari può succedere che un italiano porti il virus dalla Cina, ci sono tante possibilità. Poi nel nostro locale, appena aperto, c'è una bella atmosfera: siamo quattro soci, due italiani e due cinesi, quindi da noi vengono a mangiare tanti amici, amici di amici, non abbiamo nessuna paura".

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Secondo una commerciante di via Monte Grappa, invece, è tutta una questione di discriminazioni e razzismo: "Abbiamo meno clienti perché ci sono alcune persone che pensano si possa trasmettere il virus soltanto perché si è cinesi: il mio capo è cinese e pensano che lui abbia il virus". 

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