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Cronaca Saragozza / Via XXI Aprile 1945

Crocefisso via dall'aula, scuola Bombicci: "Rispetto per multiculturalità. Altri i problemi"

La vicaria getta acqua sul fuoco: "Non alimentiamo polemiche, abbiamo altri problemi, come il sovraffollamento". Ma la legge che dice? Una sentenza della Corte europea: "Nell'esposizione del simbolo religioso non violazione diritti"

Un crocefisso tolto da un'aula bolognese e le polemiche sollevate dal politico Fabio Garagnani, Pdl. La vicaria delle scuole Bombicci Raffaella Conti getta acqua sul fuoco: "Non alimentiamo le polemiche, siamo un istituto che ospita 1.300 alunni, abbiamo problemi di sovraffollamento e la questione del crocefisso è molto semplice da spiegare. La prima elementare in oggetto è una classe composta da bambini di confessioni religiose diverse e l'insegnante (che non è una nuova maestra come è stato scritto) ha ritenuto opportuno per rispetto della multiculturalità togliere il simbolo cristiano almeno a inizio anno scolastico, quando alcuni argomenti non sono ancora stati trattati insieme agli alunni". 

Come hanno reagito i genitori degli alunni quando la questione delle Bombicci è diventata pubblica? "In realtà - continua la Conti - abbiamo ricevuto una sola e-mail in cui ci veniva chiesto il perchè: noi abbiamo spiegato e la cosa è finita lì. Nessuna protesta collettiva insomma". Ma è vero che si tratta di una questione legale? "La legge sull'arredo scolastico e sull'affissione del crocefisso è un Regio Decreto del 1928 che noi riteniamo superato da altre norme sull'autonomia scolastica".

VALENTINA CASTALDINI: "LEGGETE LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA" Abbiamo chiesto alla consigliera comunale Valentina Castaldini un approfondimento e lei ci ha suggerito un testo sulle motivazioni della sentenza sul crocefisso pubblicato da Tuttoscuola: "Se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l'eventuale influenza che l'esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni". è un passo delle motivazione della sentenza della Grande Camera della Corte europea per i diritti dell'uomo che, a grande maggioranza (15 giudici contro 2) ha dato ragione all'Italia nella causa "Lautsi e altri contro Italia" sulla presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche stabilendo che nell'esposizione del simbolo religioso non c'è violazione dei diritti dell'uomo".

"Secondo la ricorrente Soile Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi, la presenza del crocifisso costituiva un'ingerenza incompatibile con libertà di pensiero, convinzione e di religione (art.9 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950) così come del diritto all'istruzione, in particolare, il diritto ad un'educazione ed insegnamento conformi alle convinzioni religiose e filosofiche dei genitori (art.2 del Protocollo n.1). Nella motivazione della sentenza, in merito proprio all'articolo 2 del protocollo 1 sul diritto all'istruzione, si legge che "dalla giurisprudenza della Corte emerge che l'obbligo degli Stati membri del Consiglio d' Europa di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori non riguarda solo il contenuto dell'istruzione e le modalità in cui viene essa dispensata: tale obbligo compete loro nell'esercizio dell'insieme delle 'funzioni' che gli Stati si assumono in materia di educazione e di insegnamento".

Ciò "comprende l'allestimento degli ambienti scolastici qualora il diritto interno preveda che questa funzione incomba alle autorità pubbliche. Poiché la decisione riguardante la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche attiene alle funzioni assunte dallo stato italiano, essa rientra nell'ambito di applicazione dell'articolo 2 del protocollo 1". Questa disposizione, si legge ancora, "attribuisce allo Stato l'obbligo di rispettare, nell'esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d'insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un'educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche".

La Corte "constata che nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del paese una visibilità preponderante nell'ambiente scolastico" e sottolinea altresì che "un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose". Infine, la Corte osserva che "il diritto della ricorrente, in quanto genitrice, di spiegare e consigliare i suoi figli e orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche è rimasto intatto". La Corte conclude dunque che "decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai bambini della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l'Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell'esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d'insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche". La Grande Camera della Corte è stata presieduta da Jean-Paul Costa (Francia), il giudice Giorgio Malinverni (Svizzera) ha espresso un'opinione dissenziente, condivisa dalla giudice Zdravka Kalaydjieva (Bulgaria).



 

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