Strage del 2 Agosto 40 anni dopo, il racconto di Eliseo Pucher: "Io, un vero miracolato"

Aveva 30 anni e stava tornando al lavoro a Salsomaggiore dopo qualche giorno a casa, in Friuli. Il suo treno doveva partire alle 10.05 dal quarto binario, ma Eliseo non ci è mai salito

"Ho occupato una delle poche sedie libere nella sala d'aspetto della prima classe nonostante avessi il biglietto di seconda. Alla mia destra un uomo e alla mia sinistra una bambina che chiedeva a mamma o papà di poter avere un gelato. Faceva caldo e tanti treni erano in ritardo, compreso il mio. Trascorso un tempo che non so definire quell'uomo e quella bambina erano morti mentre io, che stavo fra loro, sono qui a raccontare la mattina del 2 agosto 1980". Un racconto da pelle d'oca quello di Eliseo Pucher, l'allora 30enne che quella mattina di 40 anni fa stava tornando da Udine per raggiungere Salsomaggiore Terme, dove stava lavorando per la stagione estiva in un albergo. 

"Il mio treno era in ritardo. Ho pensato a un caffè fuori dalla stazione e poi ho cambiato idea"

Adesso di anni Eliseo ne ha 70 e il ricordo di quella mattina che gli ha cambiato la vita per sempre è molto lucido: "Dopo qualche giorno di riposo trascorso a casa mia in Friuli stavo rientrando al lavoro, in un albergo di Salsomaggiore Terme e alle 10.05 avrei dovuto prendere un treno al quarto binario ma ne era stato annunciato il ritardo. Il mio turno cominciava alle 17.00 e inizialmente avevo pensato di uscire dalla stazione per un caffè in Piazza XX Settembre, poi vedendo che tanti altri treni erano fuori orario ho preferito stare nei paraggi che magari qualche altro convoglio comodo mi avrebbe portato a Fidenza. E allora mi sono diretto verso la sala d'aspetto". 

Un cambio repentino di programma che ha portato Eliseo a stare dentro la stazione in attesa di poter riprendere il viaggio: "Avevo un biglietto di seconda classe, ma sono entrato nell'area dedicata alla prima classe: ho individuato una sedia libera e ho chiesto se non fosse già di qualcuno. Mi sono accomodato dando la schiena all'atrio delle partenze circa a metà della sala d'attesa. Di fianco a me, da un lato dei signori e dall'altro una bambina di cui sentivo bene la voce mentre chiedeva ai genitori di comprarle un gelato. Era una mattina piuttosto calda". 

"Un forte sibilo e un botto secco. Un colpo in testa e il buio"

E poi è accaduto quello che tutti noi ben conosciamo: "A un certo punto ho sentito come un sibilo molto forte e immediatamente dopo un botto secco e poi un colpo in testa. Era tutto buio per il gran polverone che si era sollevato e non vedevo niente. C'era un silenzio assoluto e non saprei quantificare il tempo di questa totale assenza di suoni. Quando l'aria si è schiarita mi sono accorto di avere un'emorraggia dalla mano sinistra mentre quella destra la usavo per togliere il sangue che dalla testa mi colava sugli occhi. Ero sprofondato nelle macerie fino all'ombelico e provavo a emettere dei suoni per attirare l'attenzione, ma mi mancava la voce". 

"La bambina che chiedeva il gelato era morta"

Dopo il silenzio le prime urla e le richieste di aiuto della gente hanno invaso la stazione: "La bambina che stava di fianco a me era morta e l'uomo che era alla mia sinistra in sala d'aspetto giaceva inerme sul pavimento. Io mi ero salvato ed è stato un miracolo. I soccorsi sono stati tempestivi e quando mi hanno estratto dalle macerie ho chiesto dove mi portavano. Ero lucido e mi ricordavo perfettamente dove mi trovavo e perchè. Una ragazza mi puliva la faccia dal sangue che continuava a zampillare dalla mia testa e un uomo a pancia in giù aveva come una finestra aperta sulla schiena. Allucinante. Tutti quelli che vedevo ancora vivi erano ridotti malissimo. Mi hanno portato all'ospedale Maggiore, dove sono stato ricoverato una decina di giorni". 

Chi è stata la prima persona cara che ha visto? "Il 3 agosto è venuto da me il direttore dell'albergo nel quale lavoravo, il signor Vitale. Poi è arrivata mia sorella e mia madre sono riuscita a sentirla per telefono. Dopo la degenza a Bologna sono tornato a Udine e ho continuato a curarmi lì. Le ferite erano tante e le mie gambe faticavano a tornare a posto, ma alla fine quelle sono guarite. Più dura invece l'aspetto psicologico di tutta la vicenda: ogni volta che sentivo un boato mi bloccavo e avevo paura, ero impossibilitato a muovermi. Ci sono volute tante sedute dallo psicologo per superare i traumi. E la verità in 40 anni non è mai arrivata". 

Come ha cambiato la sua vita questa terribile esperienza dalla quale è uscito vivo? "Mi sento un miracolato. Ma non posso dire se la mia vita sarebbe proseguita diversamente. Credo molto nel destino. Ho ripreso comunque la mia strada e continuato a fare il mio lavoro (il cuoco) dopo i primi due anni di stop obbligato. Ho continuato a usare il treno, anche se in modo più guardingo. Non riesco ancora a stare seduto nelle stazioni. Specialmente in quella di Bologna, ci ho provato, ma nulla, dopo pochi secondi sudo freddo e bisogna che esca. 

Negli ultimi anni purtroppo abbiamo vissuto nel mondo e in Europa una serie di terribili attentati terrorristici. Cosa ha provato vedendo scene di morte in qualche modo simili a quelle vissute? "Un'attentato è sempre un attentato che sia per ideali politici o religiosi ed è sempre da condannare. I nostri terroristi erano nostrani e di venti di sangue nel periodo degli anni di piombo erano all'ordine del giorno con l'Esercito mobilitato in alcune zone sensibili come Piazza Fontana. E proprio Piazza Fontana fu il clou di quegli anni". 

"Ogni anno dal 2005 torno a Bologna per le commemorazioni"

Fa parte da tempo del direttivo dell'Associazione fra i parenti delle vittime del 2 agosto 1980 e ogni anno torna a Bologna per le celebrazioni dell'anniversario. Quando ci è riuscito per la prima volta? "Torno a Bologna ogni anno dal 2005 per i tre giorni di commemorazione e prima comunque ci venivo in giornata. Dal 2006 è un appuntamento fisso e a parte il disagio di cui parlavo (non riesco a stare seduto) non ho sofferto di particolari problemi tornando in questo luogo anche se il ricordo è ancora limpido e certamente indelebile". 

Quanto è importante non dimenticare? Quanto tasmettere la storia alle giovani generazioni? "L'importanza della memoria e del non dimenticare è fondamentale perchè quello che è successo è storia. Quando porto la mia testimonianza nelle scuole vedo con i miei occhi che non è vero che ai bambini e ai ragazzini non interessa quello che racconti, anzi. Hanno sempre voglia di sapere ed è giusto trasmettere quello che è successo. Anche se non era in guerra, lo si sentiva il sacrificio di vite umane". 

La domanda di una bambina: "Se incontri Fioravanto e Mambro li ammazzi?" 

In queste occasioni di incontro con alunni e studenti le è stato chiesto o detto qualcosa che l'ha colpita particolermente? "Sì, diverse volte a dire il vero, ma l'ultima è stata proprio prima della chiusura delle lezioni per il Covid. Ero in una scuola elementare a Rastignano, proprio nel bolognese. Una bambina mi ha chieso: 'Hai mai visto incontrato Fioravanti e la Mambro? Se li trovi per la strada li ammazzi?'. Gli insegnanti prima che io faccia loro visita raccontano tutte le pagine di questa storia e i bimbi fanno domande imprevedibili che fanno sempre riflettere. In questo caso la mia risposta è stata che con l'odio non si risolve nulla, ma si deve cercare di andare avanti". 

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