Coronavirus, il grido di allarme degli educatori: "Avanti a lavorare in case diverse, più volte al giorno, ma rischio enorme"

Tra le maglie sempre più strette delle ordinanze e i timori dei nuclei familiari il lavoro di educatori ed educatrici in contesti di fragilità sta diventando una corsa a ostacoli. Da più parti si chiede lo stop. "Siamo ambito educativo, non sanitario, questo non è un servizio essenziale". Lettera dei sindacati a Comune, Asp e Tribunale dei minori

Da un lato famiglie e minori in condizioni di fragilità, dall'altro educatrici ed educatori costretti letteralmente a una corsa ad ostacoli per continuare a lavorare nonostante i decreti anti-coronavirus, con il costante rischio di contagiare qualcuno o di essere contagiati, e con un servizio "che piano piano sta perdendo di senso".

E' uno dei tanti punti esclamativi nel racconto della emergenza sanitaria sotto le Torri, dopo l'outbreak del Covid-19 in italia e del successivo blocco di tutte le attività della vita quotidiana, o quasi.

Si tratta in questo caso dei servizi educativi di aiuto a minori e genitori in condizioni di fragilità socio-economica, un servizio disposto dal comune per mezzo di Asp e servizi sociali, appaltato a una cordata di cooperative che organizza il lavoro di circa 200 tra educatori ed educatrici, che a loro volta hanno a che fare con uno, due o tre nuclei familiari problematici per ogni operatore.

Ora, con l'emergenza coronavirus che incalza, questi servizi educativi non sono stati interrotti a Bologna. Di qui il grido di allarme degli educatori e delle educatrici, che non vogliono -e in molti casi, come raccontano, non possono- continuare a lavorare in condizioni sempre più precarie.

Coronavirus ed educatori, la testimonianza: "In case diverse, più volte a settimana: il rischio contagio è alto"

Questo il quadro che emerge sul fronte dei servizi educativi a domicilio di Bologna, le cui maestranze sono in fermento da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus. A Bolognatoday raccontano la loro esperienze di questi giorni due educatrici, che vogliono rimanere anonime poiché temono ritorsioni sul posto di lavoro.

"Da quanto è iniziata l'emergenza abbiamo sempre avuto più problemi a continuare il servizio" spiega una delle addette. Il primo problema è stato -come in molti altri casi- il reperimento delle mascherine.

L'operatrice che parla lavora per una delle quattro cooperative che organizzano il lavoro di tutto il servizio. "in un primo momento ci avevano dato solo una mascherina per tutti gli operatori (circa una settantina per la coop di riferimento), del tipo più protettivo, che dovevamo disinfettare ogni volta e alternarci nell'uso".

Dopo qualche giorno è fortunatamente arrivata una fornitura di mascherine monouso "ma non sappiamo per quanto tempo ce ne saranno ancora, dato che sono monouso". Per quanto riguarda il resto dei Dpi -dispositivi di protezione individuale- per ora "ci si arrangia che ognuno se le procura individualmente e poi le segna nella nota spese per il rimborso, ma in questi giorni è difficile procurarsi queste cose".

Coronavirus e welfare, le operatrici: "E' tutto chiuso e a casa non si può, dove li portiamo i ragazzi?"

Il problema non è però solo la prevenzione con mascherine e guanti: le difficoltà sono proprio nella gestione del servizio. "Non riusciamo più a portare fuori i bambini e i ragazzi, a fare i compiti con loro, e anche le famiglie a volte non ci fanno più entrare" spiega ancora l'educatrice, che illustra come si articola il servizio.

"Da un lato c'è l'assistenza educativa domiciliare, dove alle famiglie in difficoltà viene dato un aiuto, soprattutto ai minori" illustra l'operatrice. In altre parole, stare con bambini e ragazzi, in contesti difficili e con fragilità familiari di ogni tipo -da quelle economiche a quelle sociali e sanitarie- aiutare i minori con i compiti e altre attività ricreative.

"Ma ora è diventato impossibile operare: nelle case, spesso anguste, non si riesce a tenere il metro di distanza. Se li porti fuori invece, è tutto chiuso: parchi e biblioteche compresi. Dove portiamo i ragazzi, al supermercato? Anche perché -prosegue l'addetta ai lavori- io il bambino non lo posso nemmeno tenere per mano. Come facciamo per attraversare la strada?".

Poi c'è anche il contesto, delicatissimo, degli incontri in seduta protetta, dove minore e genitore si intrattengono insieme alla presenza di un operatore. "Questi -riprende l'operatrice- sono contesti già per loro natura delicatissimi, con storie di maltrattamenti in famiglia e abusi, con interventi disposti dal tribunale dei minori. Chiaro che dover tenere a distanza di un metro un minore in un incontro protetto con il genitore non raggiunge gli scopi dell'incontro stesso".

Coronavirus e welfare: "Di casa in casa, il rischio contagio aumenta"

Ma perché sospendere questo servizio, quando tutto il settore del welfare sanitario è in campo per fronteggiare l'emergenza?. A questo risponde un'altra educatrice impegnata nel campo. 

"Questo non è un servizio sanitario, è un servizio educativo" scandisce la seconda operatrice, che aggiunge: "Il nostro lavoro prevede che ogni educatore abbia quasi sempre più famiglie da monitorare: circa due o tre per ogni operatore. Magari due volte a settimana. Il rischio di contagio da coronavirus, sia per le famiglie che per i lavoratori è molto alto. Anche perché, come le ha detto la mia collega, ormai fare educativa in un contesto dove non si può uscire di casa, ma la casa non dà la possibilità di tenere la distanza di sicurezza o non è in condizioni ottimali, è diventato impossibile ormai". Per questo,  la convinzione è che  "la nostra attività andrebbe sospesa, come del resto stanno già facendo diversi comuni della provincia".

Coronavirus e welfare, Raffaelli (Fp-Cgil): "Abbiamo chiesto di sospendere il servizio perché non essenziale"

L'invito a fermarsi è stato raccolto e inoltrato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil che, per mezzo di una lettera indirizzata a comune, Asp e al Tribunale per i minorenni dove si chiede di valutare "la possibilità di una sospensione degli interventi per tutta la durata dell'emergenza" e di mantenere nel caso "di gestire gli incontri con modalità telematiche" come videochat e simili.

"Ci sono ordinanze su ordinanze che impongono il distanziamento e chiudono i parchi" chiosa Simone Raffaelli di Fp-Cgil "ma d'altra parte il Comune tiene aperto un servizio dove gli educatori vanno di casa in casa, dove ci sono a volte più bambini. Le mascherine arrivano con il contagocce. Ci sono operatori che non ce la fanno più".

Per Raffaelli si dovrebbero seguire le indicazioni dell'accordo sindacale in caso di sciopero, dove "venivano esplicitati i servizi considerati essenziali, ovvero l'assistenza al vitto e all'igiene per le persone non autosufficienti, anche alla terapia pr le persone non autosufficienti. D'altra parte -conclude- non vedo perché non possano essere messe in campo alternative come le videochiamate, per il sostegno educativo a distanza, in tutta sicurezza per operatori e utenza".

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