Regolarizzazione migranti, sì di PD e Cgil: "Dignità e pericolo contagi, non solo per lavoro nei campi"

La proposta della ministra per le politiche agricole Bellanova ha trovato opposizione anche nella maggioranza di governo

La regolarizzazione dei braccianti agricoli "è un provvedimento necessario. Sono lavoratori che vivono molto spesso in condizioni disumane, sfruttati dai caporali e dalla mafia che li utilizza". Lo scrive sul suo profilo Facebook il segretario provinciale PD Luigi Tosiani sottolineando che il tema va affrontato non solo per le necessità "che hanno le imprese agricole ma per una questione di dignità e rispetto della persona e del lavoro, di sicurezza e salute. Una sfida di civiltà, di giustizia sociale e di buona economia che coinvolge tutti noi". 

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C'è chi è pronto a dare battaglia alla ministra per le politiche agricole Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, che ha proposto la regolarizzazione dei migranti, braccianti e colf, che lavorano senza contratto: "Non si possono lasciare le persone a vivere come topi nei ghetti" ha detto la ministra che ha trovato opposizione anche nella maggiornaza di governo, da una frangia del Movimento 5 Stelle che la accusa di voler fare una sanatoria. 

"L’Emilia Romagna è stata martoriata dal Covid, migliaia di imprese e negozi non riusciranno a riaprire, la Cig non arriva ma il governo si concentra a regolarizzare 600 mila immigrati - scrive in una nota la Lega Emilia Romagna - l’ennesima mossa che dimostra quali siano le priorità di questa maggioranza. Ci piacerebbe vedere lo stesso impegno per i milioni di italiani che fanno fatica ad arrivare a fine mese, magari introducendo di nuovo la possibilità per i datori di lavoro di offrire un’occupazione stagionale regolarmente pagata”.

"In Italia c’è chi lavora e paga le tasse regolarmente, ma c’è chi fa lavorare per 3 euro all’ora e in nero favorendo la criminalità e il caporalato. Ma soprattutto creando una disparità tra le aziende oneste e quelle che non lo sono, una concorrenza sleale che vuol dire regalare alle organizzazioni mafiose la gestione di questo mercato stagionale del
lavoro nei campi - scrivono Rosalino Bove, Coordinatore del Comitato di Italia Viva – Italia Plurale Bologna, e 
Marco Mingrone, Consigliere Gruppo Misto – Italia Viva Quartiere Porto-Saragozza - un paese civile ha il dovere di regolarizzare tutti i propri lavoratori migranti che non possono essere sfruttati e invisibili, sia per la loro salute, che per combattere il lavoro nero, il caporalato e la concorrenza sleale tra le nostre aziende. Accogliamo con piacere 
le dichiarazioni del segretario provinciale del PD bolognese Luigi Tosiani che poco fa ha affermato: 'Serve coraggio, anche per tutelare una sana economia italiana. Il Comitato di Italia Viva, ITALIA PLURALE BOLOGNA, esprime, infine, la sua totale solidarietà alla Ministra Teresa Bellanova"

"Evitare i contagi"

"Non solo per dare una risposta alle imprese, che hanno bisogno di manodopera, ma anche e soprattutto per evitare occasioni di contagio". Questa la posizione di Umberto Franciosi, segretario regionale Flai-Cgil Emilia-Romagna "se tutti dobbiamo sottoporci a test ed essere tracciati, dobbiamo essere regolari e avere documenti. Questi lavoratori tuttavia, questi cittadini, i documenti non ce li hanno: non solo non hanno accesso al medico di base, che può già disporre i primi isolamenti e avvisare l'Ausl, ma più che altro vivono ammassati. E se stanno male si presentano direttamente in ospedale, con tutti i rischi connessi", ha dichiarato alla Dire. 

Quindi si tratta anche di una questione sanitaria: "È un fatto, del resto, che questi lavoratori vivano ammassati gli uni con gli altri: o in appartamenti molto fitti e in condizioni igieniche non sempre rispettate, come accade nelle nostre regioni, o in accampamenti, come succede nelle regioni del sud. La regolarizzazione serve quindi a garantire la sicurezza sanitaria nel nostro paese, oltre che tutelare quella alimentare e dare risposte alla imprese che hanno bisogno di manodopera". Anche il maltempo ci abbia messo del suo e nel territorio regionale ha fatto più danni del covid, le gelate di aprile e la cimice asiatica. "Sulla base dei dati che ci stanno arrivando dai territori, quasi l'80% della produzione di frutta è compromessa in Emilia-Romagna. Quindi, il fabbisogno di manodopera si riduce drasticamente. In ogni caso, il problema esiste anche qui e i lavoratori migranti in particolare possono dare una risposta". Ma "più sono precari e più vengono sfruttati, ad esempio quando i permessi di soggiorno scadono o proprio non ci sono. Diventa quindi urgente dare una risposta di regolarizzazione a queste persone e fra l'altro non c'è bisogno di inventare nulla, visto che è lo stesso decreto 'Sicurezza' di Salvini, quando parla di 'calamità' e questa lo è, a prevedere questa possibilità. Si puo' agire sui permessi di soggiorno di sei mesi, ad esempio".

I dati Inps

Sono quasi 25.000 le persone che vengono assunte nei campi ogni anno tra aprile e settembre. I lavoratori in tutto sono 70.000, anche se i rapporti di lavoro risultano almeno 20.000 in più, a dimostrazione degli impieghi multipli. Il 40% registra meno di 50 giornate di lavoro all'anno, il 90% dei 70.000 è a tempo determinato.  La quota di immigrati in regola supera pesa il 26-27%, per un trend in linea al livello nazionale.

"Anche in Emilia-Romagna esiste un problema di reperimento di manodopera. A causa dell'emergenza sanitaria in atto, abbiamo molti lavoratori immigrati, in particolare quelli provenienti dai paesi dell'est, Polonia, Bulgaria e Romania, che sono bloccati e non possono entrare in Italia per i divieti che conosciamo. Quindi, anche qui, in parte la stagione estiva della raccolta della frutta puo' essere compromessa", continua Franciosi. 

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Italiani nei campi?

"Per stimolare anche gli italiani a lavorare nei campi, quindi, bisognerebbe rendere più appetibile questo lavoro. Non stiamo parlando di incrementi economici stratosferici: per chi raccoglie la frutta sono sette euro e mezzo all'ora, in media, nel nostro territorio regionale. Stiamo parlando di tutto il resto. Ad esempio, le aziende agricole in Emilia-Romagna sono molto frammentate, contiamo oltre 8.500 imprese agricole e l'81% di queste ha cinque o meno di cinque dipendenti. Il 35% di queste 8.500 imprese, addirittura, ha un dipendente. Diventa un problema enorme, in queste condizioni, il reperimento della manodopera, nel senso che c'è sempre chi sceglie la via più breve, quella dei caporali o delle cooperative inventate da chissà chi".

Il segretario regionale Flai-Cgil considera "una boutade" il suggerimento del presidente della Regione Stefano Bonaccini di mandare nei campi chi percepisce il reddito di cittadinanza, allo stesso tempo "la Regione Emilia-Romagna ha messo in campo strumenti utili, ed è giunta l'ora che i Centri per l'impiego assumano un ruolo. Lo chiediamo con forza: con le nuove tecnologie così come con convenzioni tra datori di lavoro, sindacati ed enti bilaterali, abbiamo la possibilità di incrociare fra loro domande e offerte nel settore". Anche agli imprenditori farebbe molto comodo, sostiene Franciosi: "Le aziende agricole hanno bisogno di manodopera oggi per domani, non possono pensare di risolvere la questione burocraticamente con tre-quattro giorni di tempo ad ogni passaggio. Bisogna dare loro in mano questo strumento: i Centri per l'impiego sono il primo tassello da usare, a fianco di scelte politiche e organizzative tipiche della legge 199 del 2016, quella che contrasta il caporalato".

"Si dice che gli italiani possono andare a lavorare in agricoltura? Sì, certo, però evitiamo le battute facili. Tutti sappiamo che il lavoro nei campi non è quello che viene romanzato ogni tanto: è un lavoro duro, faticoso, sotto al sole e alle intemperie. Ci sono già tanti lavoratori italiani in questo ambito, in Emilia-Romagna il 72-73% di questi addetti è italiano e il 35% è anche al di sotto dei 35 anni. Il problema vero è che bisognerebbe investire un po' anche nella qualità del lavoro". Il numero uno Flai-Cgil, in questo caso, parla anche per conoscenza personale: "Ho avuto la diretta esperienza di persone che conosco, di giovani ragazze mie parenti, che hanno scelto di andare a lavorare in agricoltura la scorsa stagione. Erano entusiaste, all'inizio, ma quando hanno ricevuto le buste paga dopo tre mesi sono rimaste a dir poco deluse: le ore e le giornate dichiarate in busta paga erano di molto inferiori a quelle effettivamente trascorse al lavoro. Avrebbero avuto diritti di integrazioni di reddito, malattia e maternita' in base al periodo in cui hanno lavorato, infatti".

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